giovedì 30 aprile 2015

Parlando di noi...

E' ora di cambiare pagina, il momento è delicato e non sono certo gli insulti e le provocazioni il modo migliore per affrontarlo. Non si tratta di evitare il dialogo o il confronto, anche acceso, sui diversi temi, purché le posizioni di ciascuno restino nell'ambito dei "paletti" fissati dalla Costituzione Repubblicana. E' invece indispensabile ritrovare una dialettica non fondata sull'offesa personale o sul disprezzo aprioristico nei confronti dell'altro, bensì sulla forza del ragionamento e sulla capacità di argomentare.
Un blog non è uno spazio adatto a saggi scientifici, neppure ad articoli approfonditi. E' un "luogo virtuale" nel quale, a partire dalla proposta di un fatto, di un'opinione, di una recensione si possa sviluppare una discussione, addirittura si possa tentare qualche suggerimento in vista della soluzione di problemi a volte davvero enormi. E' logico che chi suggerisce ogni giorno uno o più spunti di discussione sia "di parte". Nel nostro caso titolare del blog è il Forum per Gorizia, un'associazione che non ha mai fatto mistero delle proprie idee e dei propri punti di vista. Non è un gruppo monolitico, non appartiene ad alcuna area partitica definita, ma si caratterizza per un impegno fortemente politico/culturale e per una costante, vivace dialettica al suo interno tra posizioni diverse non alternative, ma complementari. L'essere di parte non esclude, anzi garantisce la possibilità di un confronto serio, costruttivo e possibilmente rispettoso con chi porta avanti istanze anche del tutto diverse, finora liberamente espresse nei "commenti" ai diversi post.
Tutta questa premessa per dire che purtroppo è arrivato il momento di moderare i commenti: non tutti ovviamente, ma solo quelli che si configurano come reato di diffamazione nei confronti di persone e quelli che, dietro all'ormai purtroppo quasi unanime anonimato, sono infarciti di gravi offese, lesive della dignità non solo dei destinatari, ma anche degli scriventi. Quindi, da ora in poi, i commenti (solo quelli anonimi, chi si firma se ne assume la responsabilità) che conterranno epiteti volgari o infamanti ed esplicite minacce di violenza saranno insindacabilmente cancellati. Non saranno mai e in alcun modo censurate le idee, ma non si può accettare che lo spazio creato per una discussione costruttiva sia ridotto a un'arena di inaccettabili e mortificanti insulti.
Andrea Bellavite

mercoledì 29 aprile 2015

Profonda lezione di Puppini e Donato

Uno scorcio del pubblico in sala

Marco Puppini e Gabriele Donato
E' stata un'avvincente lezione di storia quella che Gabriele Donato e Marco Puppini hanno offerto martedì sera al pubblico numeroso e attento del Forum. Prendendo lo spunto dal libro di Santo Peli, Storie dei Gap, i due relatori hanno parlato della vicenda - ancora da ricostruire nei sui particolari e nel suo insieme - dei Gruppi di Azione Patriottica durante la seconda guerra mondiale. Particolarmente interessante è stata la disanima della questione di coscienza relativa all'utilizzo della lotta armata e dell'azione terroristica al fine di creare un clima di tensione e paura tra gli occupatori fascisti e nazisti. Si è rilevato come nell'ambito di tali formazioni il dibattito sia stato incessante, nella piena consapevolezza delle conseguenze di tali atti e nel dubbio permanente sulla loro efficacia. La morte degli innocenti e il destino di tanti antifascisti incarcerati e "utilizzati" come deterrente nelle rappresaglie non potevano non toccare il cuore e la mente di coloro che lottavano per la liberazione della propria terra dalla dittatura e dalla violenza. Interessante è stata la notazione del rifiuto del'uso della tortura nei confronti di coloro che erano presi come prigionieri e l'invito a rifuggire dalle due opposte, non chiarificatrici posizioni della mitizzazione e della demonizzazione dei Gap e più in generale di tutti i protagonisti della Resistenza.
Molto animato e interessante è stato anche il dibattito che ne è seguito, in particolare la riflessione di Aldo Rupel sulla "parallela" situazione dei gruppi d'azione in Slovenia, con la sottolineature dele somiglianze e delle evidenti differenze d'approccio.
Con questa conferenza si è concluso il secondo ciclo di conferenze dedicate al "Novecento inedito". Tutti i partecipanti hanno rilevato l'alta qualità degli interventi, una vera e propria scuola di formazione che fa ben sperare in un rilancio della Cultura goriziana. Il terzo ciclo di incontri è previsto per l'inizio dell'autunno 2015, nel frattempo il Forum sarà impegnato in altri temi e motivi di riflessione: la questione degli immigrati e richiedenti asilo, l'"eredità" di Basaglia a Gorizia, il ricordo dello scrittore Celso Macor a 90 anni dalla sua nascita, le prospettive politiche e amministrative di Gorizia e Nova Gorica, anche in vista delle "comunali" del 2017.

Questa manifestazione non s'ha da fare

Cosa c'è da festeggiare nel ricordare l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale? Cosa altro si può fare se non ricordare in termini accorati, come proposto l'altro anno a Redipuglia da Papa Francesco, i milioni di giovani di tutte le nazionalità che giacciono nei "cimiteri" di mezza Europa? O pensare alla destabilizzazione economica seguita a quell'inutile massacro, dal quale sono nati i mostri del fascismo e del nazismo? O riconoscere come quella altro non sia stata che la prima scena di un tragico teatro culminato nella seconda guerra mondiale, con tutti gli orrori che l'hanno accompagnata?
E poi, perché proprio a Gorizia, città che forse più di tante altre ha "pagato" la sua collocazione geopolitica, bombardata da una parte e dall'altra, devastata nella sua identità plurale, distrutta in ciò che le era più caratteristico, l'esperienza di unità nella diversità di popoli, lingue e nazioni? E' un vero sfregio alla sua vicenda storica, ai suoi abitanti che faticosamente cercano di ritrovare il senso del proprio cammino, una provocazione inaccettabile quella che il movimento CasaPound vuole portare nel cuore della città, il 23 maggio 2015, al motto di "risorgi, combatti e vinci".
Gli stessi responsabili di CasaPound, sul cui sito parlano spesso di "pace e pacificazione", forse non conoscono abbastanza la storia di questo territorio. Non sono gli unici, l'ignoranza che si riscontra in questo periodo di visite da ogni parte d'Italia è impressionante! Proprio per questo, un'analisi approfondita della situazione del "prima", del "durante" e del "dopo" dovrebbe indurre come minimo a un ragionevole cambio di zona e di data.
Senza contare la questione dell'ordine pubblico, che sarà messo a dura prova in quei giorni dalla presenza di Roberto Saviano a E' Storia e, subito dopo, del Presidente Mattarella di passaggio nelle zone della memoria bellica per un omaggio a tutti i morti dell'"inutile strage".

La fiducia sulla legge elettorale, un pericoloso segnale

Insomma, riassumendo. Un Parlamento eletto con un sistema di voto ritenuto non costituzionale dalla Consulta sta per votare la fiducia su una nuova legge elettorale, richiesta da un Governo formato da una coalizione del tutto diversa da quella indicata dagli elettori, con un Premier non votato da nessuno che "ha fatto le scarpe" al predecessore nominato dal presidente della Repubblica con un mandato a tempo di stretta emergenza. Lo stesso Parlamento, se i "sì" (come pressoché certo) prevarranno, ancorché diviso da un sempre più squallido "tutti contro tutti", sarà chiamato a ratificare anche riforme costituzionali sempre più complesse e ad avviare il paese sulla strada di referendum confermativi dall'unico esito certo, quello di provocare un ulteriore allontanamento della "cente" dagli ambiti fondamentali della democrazia rappresentativa. L'emergenza democratica c'è tutta, insieme alle grandi preoccupazioni che accompagnano un momento veramente delicato per l'Italia, per l'Europa e per il Mondo...

martedì 28 aprile 2015

Chi ha deturpato il monumento? Comunque, un cretino!

Chiunque sia stato, chi ha deturpato il monumento del Parco della Rimembranza che ricorda i deportati è un cretino. Anzitutto perché è un'inaccettabile offesa alla memoria di persone che sono state deportate, molte di loro uccise nell'ultimo atto della seconda guerra mondiale. Poi non è in alcun modo giustificabile la mancanza di rispetto nei confronti della sofferenza di tante famiglie che sono state colpite dalle tragedie di quel periodo. Non c'è da sottovalutare l'innalzamento del clima di tensione, in vista degli eventi che caratterizzeranno la commemorazione dell'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale, con la presenza in città, fra gli altri, dei neofascisti di Casa Pound. Sembra molto strano che in una città in cui da lungo tempo non si vedono sui muri tracce di rivendicazioni politiche (per la verità spesso si vedono svastiche e croci uncinate), improvvisamente qualcuno "si firmi" su uno dei luoghi più "delicati" della città. Si svolgano le indagini per accertare le responsabilità, il gesto potrebbe appartenere a un ubriaco in vena di "bravate" quanto a un "provocatore" intenzionato ad avvelenare il confronto politico cittadino.

28 aprile, Giornata della sicurezza sul lavoro

Vito Dalò ci ricorda oggi un'importante "giornata"...
E' il 28 aprile, la giornata della sicurezza sul lavoro. Ma quale sicurezza? Oggi non c'è nulla di più insicuro del lavoro. Sono sempre di più quei lavoratori che si alzano la mattina con il dubbio e con la preoccupazione. Tanti si chiedono:”Quanti di noi oggi saranno licenziati? Quanti in esubero? Troverò un altro lavoro? Dovrò emigrare per lavoro?” Molti perdono il lavoro e tanti, lavorando, perdono la vita. Le statistiche internazionali dicono che ogni quindici secondi un operaio muore da lavoro, assassinato dal cosiddetto “incidente sul lavoro”. Quello dell'insicurezza comune è il tema preferito dei politici che scatenano isterie collettive per vincere le elezioni. Pericolo, pericolo, pericolo. Siamo circondati dal pericolo. In ogni angolo è in agguato un ladro, un violentatore, un delinquente, un assassino. Ma gli stessi politici non dicono mai che lavorare è pericoloso; o che è pericoloso attraversare la strada (nel mondo ogni cinque secondi viene investito un pedone dal cosiddetto incidente stradale). E' pericoloso mangiare(per chi non muore di fame) perchè ci si avvelena con la chimica messa negli alimenti. E' pericoloso respirare perchè nelle città l'aria pura è come il silenzio, un articolo di lusso. E' anche pericoloso nascere in buona parte del mondo perchè, dicono i dati ufficiali, ogni tre secondi muore un bambino che non arriverà all'età di tre anni. 

Timbuktu, di Sissako, un film da non perdere

Timbuktu. E' il nome della capitale del Mali, un luogo che evoca il deserto, il Sahara, anche il senso del mistero e dell'assoluta distanza.
Ma è anche il titolo di un bellissimo film del regista africano Sissako, nel quale tale "percepita" distanza viene annullata dall'irrompere delle problematiche più attuali del mondo globalizzato. C'è un Islam che consente alle persone di vivere in una profonda pace: un imam "tradizionale" spiega come Dio desideri l'armonia del cosmo e la relazione simpatetica tra tutto ciò che esiste; una famiglia di abitanti delle tende nel deserto cerca di portare avanti nella serenità l'avventura della quotidianità, devastata peraltro dal sempre incombente imprevisto che dimostra - come dice il Profeta - che "nessun uomo può sfuggire al suo destino".
In questa prospettiva religiosa irrompono le camionette contrassegnate dalla bandiera nera dell'integralismo. Con un'analisi attenta e rigorosa, priva di derive caricaturali o indebiti giudizi, il regista nota lo sconvolgimento di abitudini secolari portato dai "nuovi venuti", dalla Libia e da altrove. Preso il potere, fanno piovere sulla povera gente ogni sorta di divieto e ingiunzione, punendo con ferocia qualsiasi trasgressione: non si può ascoltare musica, divertirsi, neppure giocare al pallone e le donne devono portare costantemente il corpo coperto, anche i guanti e perfino in casa.
Più che una fiction il film è un documentario che aiuta a comprendere, più di molti saggi e articoli di giornale, la sobria bellezza di una religione come  l'Islam e la minaccia dell'integralismo che in nome degli stessi testi sacri mette in discussione - oltre alla vita di tanti esseri umani - la stessa autentica interpretazione del Corano.
Un film da non perdere, quindi, sia per il profondo messaggio che per la meravigliosa fotografia: i paesaggi straordinari si alternano a scene di forte impatto e originalità: perfino una poetica partita di calcio giocata senza pallone diventa silenziosa protesta contro la violenza e il sopruso di chi "in nome di Dio" vuole cancellare la dignità della persona.
ab

lunedì 27 aprile 2015

Centrale a biomasse in Via Trieste: lettera di Cingolani agli assessori provinciali

Tra breve la Giunta provinciale di centrosinistra dovrà decidere se autorizzare la centrale a biomasse in via Trieste, a due passi da asili, scuole e case. Perciò ho inviato una lettera al Presidente Enrico Gherghetta e agli assessori provinciali Ilaria Cecot, Mara Černic, Donatella Gironcoli, Federico Portelli e Vesna Tomsič, per condividere con loro alcune importanti informazioni e considerazioni.
L'Azienda sanitaria afferma che la centrale a biomasse in quella posizione non si può fare senza che contemporaneamente sia operante un impianto per il recupero del calore. Tale impianto dovrebbe condurre la molta acqua calda prodotta dalla centrale verso abitazioni, edifici pubblici o imprese del circondario, in modo da permettere lo spegnimento delle caldaie oggi attive, annullandone le emissioni e compensando così le emissioni nocive introdotte dall'impianto a biomasse. La relazione tecnica del Comune precisa che il recupero del calore dovrebbe servire a eliminare una quantità di emissioni attuali superiore a quella derivante dall'attivazione dell'impianto di biomasse.
L'Azienda sanitaria sottolinea la necessaria contemporaneità tra l'eventuale avvio della centrale a biomasse e l'attivazione dell'impianto di recupero del calore. Ma costruire un impianto del genere è complesso, e finora non c'è traccia di un progetto concreto in questo senso, dunque la centrale ad oggi non si può fare.
Il parere dell'Azienda evidenzia che la centrale a biomasse è classificata tra le “industrie insalubri, con emissioni che sarebbero “cancerogeni certi per l'essere umano”. L'impianto sorgerebbe a pochi passi dagli esercizi commerciali, a meno di 100 metri dalle case, a 150 metri dall'asilo nido di via Pasubio, e a circa 300 metri dalla scuola materna che sarà costruita in via del Carso.
Secondo la legge un impianto di quel genere può essere costruito solo in zona industriale, il luogo scelto dall'imprenditore non lo è, e il Consiglio comunale a maggioranza assoluta ha detto che non lo deve diventare.
Il voto contrario del Consiglio sulla compatibilità urbanistica è legittimo e pertinente, pur se motivato anche da esigenze di tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini. Tali esigenze, infatti, sono parte integrante della pianificazione urbanistica, secondo la sentenza del Consiglio di Stato n. 2710/2012. È vero che il TAR alcune settimane fa si è espresso in senso opposto su una prima procedura di autorizzazione conclusasi l'anno scorso (non su quella attualmente in corso), ma il Consiglio di Stato è un livello di giudizio superiore al TAR.

Le norme prevedono che di fronte a un voto contrario del Consiglio comunale, il cui parere in questo caso è solo consultivo, la decisione finale sull'autorizzazione della centrale spetti alla Giunta provinciale. I sei amministratori non potranno ignorare il parere urbanistico espresso dall'assemblea elettiva cittadina, né le chiare prescrizioni dell'Azienda sanitaria. Sarebbe del tutto fuori luogo anche accontentarsi di una dichiarazione d'intenti dell'imprenditore sul recupero di calore, a cui probabilmente non seguirebbero mai i fatti: così si metterebbe a rischio la salute di chi vive e opera nelle vicinanze. Essendoci anche asili e scuole, gli amministratori provinciali dovrebbero raddoppiare le precauzioni.
Giuseppe Cingolani

sabato 25 aprile 2015

L'ordine regna a Gorizia

Tra ieri sera e questa mattina, circa duecento richiedenti asilo sono stati caricati sugli autobus e portati verso altre città d'Italia, il territorio alza bandiera bianca, non è stato possibile realizzare il progetto dell'accoglienza diffusa. Il piazzale davanti ai Cappuccini è vuoto, come si vede dalle foto sul quotidiano locale, si può procedere alla disinfestazione. I ragazzi ieri sera avevano le lacrime agli occhi, non sapevano il loro futuro destino, dovevano lasciare i volontari che in questi mesi erano stati per loro l'unico punto di riferimento e di conforto. In attesa che giungano altri, tanti altri, il sindaco può gongolare: mentre a tutti i Comuni viene chiesto uno sforzo in più per ricevere le migliaia di persone che sbarcano - quando riescono - in Sicilia e sulle coste del Sud, la città espelle la maggior parte dei suoi profughi. Romoli ha raggiunto l'obiettivo, si è concretizzata la sua "concreta" proposta, espressa fin dal giorno della "scoperta" della tendopoli sull'Isonzo in settembre: "che se li prendano gli altri!" Alla faccia della "città dell'accoglienza", l'ordine regna a Gorizia.

Buon 25 aprile, per tutti

Il 25 aprile è una data, ma soprattutto è un simbolo: l'Italia celebra la liberazione dal fascismo e dal nazismo e con essa la fine della seconda guerra mondiale e degli orrori che di tali ideologie sono stati frutto. Dal 1945 sono passati 70 anni ed è interessante notare che mai come ora l'interesse per questa ricorrenza sembra essere appannato. Certo, oggi ci saranno molte cerimonie, saranno opportunamente ricordati coloro che hanno perso la vita per costruire la pace e la democrazia; ci sarà qualche trasmissione televisiva e qualcuno solleverà antiche ricorrenti polemiche. Ma è niente, soprattutto in questo periodo in cui si fa memoria dei 100 anni trascorsi dalla prima guerra mondiale, "coperti" da un impegno editoriale e da un fiume di iniziative spesso ai confini tra rievocazione storica e curiosità folkloristica.
Il 25 aprile è una festa che ancora riesce a inquietare, a dividere gli animi, a suscitare distinguo e prese di posizione opposte: ciò dimostra che l'Italia - e in particolare la zona del suo confine orientale - non ha ancora avuto il coraggio di fare i conti con la storia del periodo fascista, con le deportazioni dalla Slovenia e i propri campi di concentramento, con le conseguenze terribili delle leggi razziste, con le azioni di guerra portate avanti dalla repubblica di Salò... Ma evidenzia la difficoltà di fare i conti con il presente, se la celebrazione della libertà e della riacquistata dignità della persona avviene quando migliaia di esseri umani muoiono nel Mediterraneo mentre cercano di approdare in quella che essi sperano essere la terra dove ricostruire una vita provata dalla guerra e dalla fame. E accade quando in una città come Gorizia decine di richiedenti asilo, esplicitamente tutelati dalla Costituzione nata dalla Resistenza, sono costretti a dormire all'aperto, nei parchi e nelle piazze davanti alle chiese, perché "non c'è posto per loro negli ostelli".
Buon 25 aprile a tutti, dunque, con l'auspicio che "se ne parli" tanto e che al di là dei riti doverosi si faccia di tutto perché gli effetti di quel giorno di 70 anni fa si dilatino veramente a tutti, soprattutto a coloro che non conoscono la pace, la giustizia e l'autentica libertà.

venerdì 24 aprile 2015

Komel: soltanto insieme Gorizia e Nova Gorica possono interessare in Europa

L'assessore Torrenti si è pronunciato intorno alle relazioni tra Gorizia e Nova Gorica dopo una visita al Kulturni dom Di Gorizia. Molte sono state le reazioni alle sue parole (cfr anche questo blog, in data 19 aprile 2015). Entra nel dibattito anche il direttore del Kulturni dom Igor Komel con questa importante presa di posizione.
Personalmente devo ammettere di essere alquanto soddisfatto del fatto che la visita dell’assessore regionale per la cultura Gianni Torrenti al Kulturni dom di Gorizia abbia suscitato un po’ di scalpore. Gorizia ha bisogno ogni tanto di una rinfrescatina “polemica”, sempre che in casi come questo si possa parlare di polemica.
Il nodo cruciale delle parole dell’assessore, quelle che ci devono maggiormente far riflettere, sono legate a come viene vista Gorizia nel suo contesto dal “di fuori”, cioè dai nostri vicini regionali, ma anche da coloro che vivono in Slovenia e in Austria. Chi può dire di non aver mai sentito certi ragionamenti su Gorizia “dormigliona”, passiva o in declino? 
Anzitutto è doveroso riconoscere che negli ultimi tempi a livello istituzionale, in primo luogo senz'altro grazie al Gect, relativamente ai rapporti transfrontalieri qualcosa si sta muovendo, purtroppo dopo una lunga stagnazione. Sono ancora lontani i tempi delle “ 3 B” (i sindaci Brancati, Brulc e il presidente della Provincia Brandolin), durante i quali si respirava veramente una  aria nuova, il desiderio di intensificare la collaborazione e la reciproca conoscenza.
Negli ultimi anni ci sono stati troppi “momenti mancati” come per esempio quelli legati alla “piazza Transalpina”, la piazza del nostro territorio più conosciuta nel mondo: secondo il mio punto di vista, essa è stata intenzionalmente trascurata per ciò che concerne la promozione transfrontaliera e internazionale delle due città, sia da parte dell’amministrazione comunale di Gorizia che da quella di Nova Gorica.
Non è la prima volta che sottolineo che il futuro delle due Gorizie può essere esclusivamente nella reciproca collaborazione. Soltanto “insieme” infatti, possono essere interessanti in Europa. E da questo punto di vista, c’è ancora molto da fare così a Gorizia, come anche a Nova Gorica.
Igor Komel

giovedì 23 aprile 2015

23 aprile, giornata mondiale del libro

Libri nella Biblioteca del Senato. Inaugurazione mostra sul Novecento Goriziano. Intervento del Presidente Grasso, alla sua sinistra il direttore di Isonzo Soča Dario Stasi e il Sindaco di Gorizia Ettore Romoli













Per oggi un bel pensiero di Vito Dalò sulla giornata mondiale del libro.
Oggi è la giornata mondiale del libro. L'UNESCO scelse il 23 aprile per festeggiare la giornata internazionale del LIBRO e a partire dal 1996 organizza ogni anno un po ovunque, numerose manifestazioni in tutto il mondo.
Il 23 aprile è stato scelto in quanto è il giorno in cui sono morti nel 1616 tre importanti scrittori:Miguel de CervantesWilliam Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega, pare si siano dato appuntamento nell'altro mondo per un convegno letterario proprio in quella giornata. Questa data si è rivelata una fortunata coincidenza per l'UNESCO. Vale la pena però ricordare che la storia della letteratura è a volte un paradosso. Il primo grande libro stampato in Europa è la Bibbia. Se chiedete a chiunque che cosa, secondo la Bibbia, è accaduto all'origine dei tempi, la maggior parte degli interpellati risponderà: Adamo ed Eva mangiano la mela. Frutto che invece proprio non esiste in quel testo della Genesi.
Voltaire non ha mai detto né scritto la frase che tutti gli attribuiscono”Non sono d'accordo con il tuo pensiero ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa dirlo”.
Sherlok Holmes non ha mai detto”Elementare mio caro Watson”.
Bertold Brecht non è l'autore della famosa poesia a lui attribuita “..Per prima portarono via i comunisti ma a me non importava perché io non sono comunista...”
Jorge Luis Borges non è l'autore della sua poesia più famosa “Se io potessi vivere nuovamente la mia vita commetterei più errori di quelli che ho commesso...”
E così tanti altri, questi sono i paradossi dei libri. Io però sono contento di avere spesso tra le mani diversi libri che mi emozionano e mi insegnano e ringrazio tutti quelli che hanno capacità di scrivere e di trasmettermi conoscenze.
Ci sono tanti esempi simili a quelli proposti da Vito, chi lo desidera può proporne altri come commento. Per esempio, non tutti sanno che... la frase "chiunque salva qualcuno salva tutta l'umanità", resa celebre dal bel film Schindler's list, è scritta nel libro del Corano...

martedì 21 aprile 2015

900 candele in ricordo di migliaia di dispersi nel Mediterraneo

Circa centocinquanta persone hanno partecipato questa sera al momento di riflessione promosso in Piazza Vittoria da Forum per Gorizia e Tenda per la Pace e i Diritti di Monfalcone. Attorno a 900 candeline, ricordo delle migliaia di morti nel Canale di Sicilia, si sono ascoltati brani di autori molto noti, testimonianze toccanti di migranti, esperienze recenti ed antiche. Particolarmente significativa è stata la presenza di una decina di richiedenti asilo afghani e pakistani che hanno voluto "ringraziare i cittadini di Gorizia per l'accoglienza e l'aiuto a iniziare una nuova vita". Il gruppo teatrale "I viandanti del mondo", composto da nuovi immigrati in città e "antichi" goriziani, ha animato la prima parte con un'efficace e poetica comunicazione del loro esempio di amicizia, integrazione e reciproco dono della specificità linguistica, religiosa e culturale.
E' stato ribadito dai presenti l'impegno a sollecitare dall'Europa autentiche politiche di accoglienza, non di respingimento nonché la volontà di rendere Gorizia una città accogliente e aperta al dialogo fra le culture. Sono stati naturalmente ricordati anche i problemi attuali, in particolare quelli dei profughi non ancora in convenzione che sono costretti in questo periodo a dormire all'aperto, davanti alla chiesa dei Cappuccini. L'incontro serale è stato di fatto un forte appello alle istituzioni, affinché possano finalmente dare risposte adeguate a chi viene in Italia, tutelato dalla Convenzione di Ginevra e dalla Costituzione Italiana.

L'unica soluzione è una politica di accoglienza

Riguardo all'iniziativa di solidarietà che si svolgerà questa sera (martedì 21 aprile) alle 21 in Piazza Vittoria a Gorizia, la Tenda per la Pace e i Diritti propone la seguente riflessione:
Tenda per la Pace e i Diritti aderisce al momento di commemorazione delle vittime delle stragi nel Mediterraneo e alla riflessione sulla critica situazione dei richiedenti asilo a Gorizia promossa dal Forum di Gorizia.
All'indomani dell'ennesima strage prevista nel Mediterraneo, alla luce della situazione goriziana in cui da mesi decine di richiedenti asilo possono fare affidamento solo sul buon cuore dei volontari goriziani, data l'assenza cronica di una risposta strutturata agli arrivi via terra, ribadiamo la necessità di una totale inversione di rotta delle (non) politiche migratorie europee.
La sola soluzione alle morti in mare, così come ai pericolosi viaggi via terra nelle mani dei trafficanti (in cui spesso si trova la morte nel silenzio totale dei media) è l'istituzione di vie legali per giungere a destinazione. Consentire a chi vive dall'altra parte del Mediterraneo, così come a chi si trova in paesi travagliati da anni di guerra e instabilità come Afghanistan e Pakistan, di viaggiare come qualsiasi cittadino europeo è la sola, umana, civile soluzione all'ecatombe causata da decenni di chiusura della Fortezza Europa. 
Diciamo basta ad una politica migratoria basata sulla chiusura delle frontiere, che piange lacrime di coccodrillo solo quando la conta dei morti supera il centinaio, basta con le finte politiche di accoglienza che guardano ai migranti come a un business redditizio, basta alla criminalizzazione dei migranti da parte dei media mainstream e della politica populista, che disinformano e semplificano facendo leva sulle paure dei cittadini sfiancati dalla crisi economica.
Vi invitiamo a partecipare alla commemorazione di domani sera per ribadire che vogliamo un'Europa solidale, accogliente e aperta, e la vogliamo adesso!

Genova 2001: silenzi e responsabilità

Il tema di fondo, alcuni giorni fa, era: è giusto che mantenga ruoli di grande responsabilità colui che era a capo della polizia in occasione dei fatti di Genova a causa dei quali la Corte Europea ha condannato l'Italia?
La risposta: "no!", perché il riconoscimento di una responsabilità legata soltanto all'etica individuale equivarrebbe a giustificare il suo operato in quanto avrebbe soltanto "obbedito agli ordini". Proprio non si comprende dove in questa posizione ci sia condanna o irrisione del prezioso lavoro che ogni giorno svolgono le forze dell'ordine in tanti ambiti del vivere civile e democratico. A Genova ci fu sopruso e non si può ridurre la responsabilità di chi lo ha tecnicamente guidato solo a una questione di coscienza.
Per ciò che concerne la responsabilità dei governanti del tempo, dei vari Berlusconi, Fini e Scajola, non sarà certo questo blog a tirarsi indietro, ma non era l'argomento in questione: tuttavia, visto che è stato tirato in ballo, perché dopo 14 anni ancora non è stata istituita la commissione parlamentare d'inchiesta su quegli avvenimenti? Eppure era stata promessa nel programma elettorale di Prodi, bocciata in commissione non solo da tutto il centro destra ma anche dal voto decisivo di un parlamentare "alleato" (Idv), ripromessa dallo stesso Prodi e mai realizzata dopo la sua troppo rapida "caduta", poi sepolta non solo dal governo Berlusconi, ma anche dai recenti governi di larghe intese, a guida pd?

lunedì 20 aprile 2015

Casa Pound a Gorizia? No grazie!

In un Comune di Gorizia che ancora non ha espresso una - ma neanche una - proposta significativa di riflessione sulla prima guerra mondiale, altrimenti detta Grande Carneficina, viene autorizzata la commemorazione del 24 maggio da parte di un corteo organizzato per il giorno prima niente meno che da Casa Pound.
Le parole d'ordine "risorgi combatti e vinci" suonano come una provocazione in una città che a causa dell'immane conflitto ha sofferto in modo indicibile e nel ricordo di una "vittoria" che ha seminato soltanto sofferenza, privazione dei diritti delle persone e dei popoli, ulteriore violenza. Una "vittoria" che ha segnato la fine di una storia di amicizia e convivenza fra nazionalità e l'antefatto del fascismo e delle tragedie connesse alla seconda guerra mondiale. Che senso ha "celebrare" l'inizio di una catastrofe che ha spazzato via milioni di giovani vite? Che senso ha ricordare come un evento da valorizzare (un'"epopea") l'ingresso dell'Italia in quella carneficina? Perché portare proprio in questo territorio che sta faticosamente cercando di ritrovare la propria identità plurale un'iniziativa di esplicito stampo nazionalista?
Non soltanto per la concomitanza con l'importante presenza a E' Storia di Roberto Saviano, ma soprattutto per ribadire il convinto desiderio di dialogo e confronto fra le culture e le lingue che caratterizzano questa terra, si auspica che la manifestazione non abbia luogo e che si investano invece tutte le risorse nella valorizzazione dell'evento del giorno dopo: la presenza - consapevole della "follia" della guerra - del Presidente Mattarella tra le tragiche trincee di quella che di "grande" ha avuto soltanto il numero dei morti.
ab

Martedì al Forum, Soldati dell'armata rossa

Martedì 21 alle ore 18 presso la sede del Forum per Gorizia, l'autrice Marina Rossi e Anna Di Gianantonio presenteranno il libro Soldati dell'armata rossa al confine orientale, 1941-1945, edito da Libreria Editrice Goriziana. L'iniziativa, proposta in collaborazione da Forum e ANPI, si inserisce nelle manifestazioni a ricordo del 70mo anniversario della Liberazione.
Il volume sviscera la storia dei partigiani sovietici nelle fila della Resistenza italiana, le strategie di propaganda nazista verso i prigionieri dei lager dell’Austria e della Germania, la resistenza slovena e italiana, il ruolo delle missioni alleate al confine orientale, le ultime battaglie decisive e l’inizio della guerra fredda. La seconda parte è dedicata alla traduzione del diario inedito del partigiano Grigoij Ziljaev, tra il 1943-1945. La storia del II Battaglione russo della 18° Snoub Bazoviska 349 occupa invece la terza e ultima parte.

domenica 19 aprile 2015

Riposino in pace, ma inquietino le coscienze

Sembra che siano 700 le persone morte nell'ennesimo naufragio vicino alle coste della Sicilia. Se le cifre saranno confermate, si tratta della più grande sciagura dell'immigrazione nel Mar Mediterraneo. In ogni caso, le vittime si aggiungono alle oltre mille, solo dall'inizio del 2015. Se ci si scuote dall'abitudine, i "numeri" sono spaventosi: una vera e propria guerra, nella quale i poveri sono condannati a morte, mentre le mafie internazionali si arricchiscono sulla loro pelle e l'unione europea dichiara la propria impotenza. Tutte le politiche di rigore e respingimento si sono rivelate fallimentari, quelle fondate sul principio dell'accoglienza insufficienti. Mentre il tema sembra essere ancora lontano dal raggiungere la ribalta del dibattito nazionale (dopo questa sciagura si possono prevedere un po' di lacrime di coccodrillo, prima del ricorrente oblio), è indispensabile chiedersi se ci sia un'alternativa alle evidenti carenze del sistema. Non si tratta di essere buonisti o cattivisti, ma di  rendersi conto della realtà: l'immigrazione è un fenomeno destinato a crescere a dismisura, tenuto conto delle guerre seminate anch'esse da scelte internazionali sciagurate e della crisi economica "gestita" dalla finanza planetaria. Se è così, piaccia o meno, è indispensabile che le migliori risorse nel continente siano investite nell'accoglienza, assumendo la direzione dei flussi migratori, coordinando adeguate azioni finalizzate alla creazione di posti di lavoro, adeguando i criteri per garantire alloggi consoni alla dignità e ai diritti della persona. L'alternativa è un inasprimento dei tentativi di "difesa" che non potrà avere altra conseguenza che la moltiplicazione di catastrofi spaventose dove migliaia di esseri umani, di sorelle e fratelli - direbbe Francesco - perdono la vita.

Bilinguismo passivo in una conferenza ad Aurisina/Nabrežina

Si è svolto lo scorso giovedì ad Aurisina/Nabrežina un interessante dibattito organizzato dai circoli culturali sloveni intorno al centenario della prima guerra mondiale.
Incalzati da tre interrogativi esposti dal direttore del Kulturni dom di Gorizia Igor Komel, lo storico e scrittore sloveno di Nova Gorica Vasja Klavora e il presidente del Forum per Gorizia Andrea Bellavite hanno presentato con chiarezza il loro punto di vista, riscontrando pieno accordo sul significato della commemorazione.
 In particolare si è rilevato come la memoria del conflitto sia trattata in modi alquanto diversi dai media, in Italia e in Slovenia, con un'evidente difficoltà a incontrarsi per un indispensabile costruttivo confronto. La guerra non è stata "grande" in nulla, un inutile immenso massacro, come evidenziato dai due relatori che hanno raccontato anche le esperienze vissute dai loro avi sui fronti allora contrapposti. Ed è stato sottolineato il ruolo della cultura e delle religioni, del tutto "nuovo" in un contesto nel quale persone che si riconoscevano negli stessi valori si sono combattute le une contro le altre fino all'ultimo respiro.
Sloveni e italiani - hanno concordato Klavora e Bellavite - hanno bisogno di parlarsi per poter trasformare il ricordo di quella fatidica "vittoria" del 1918 in un'occasione di amicizia e dialogo fra i popoli e non - come purtroppo è accaduto allora - nell'inizio della stagione degli assolutismi e della cancellazione delle identità di ciascuno.
Si è inoltre affermato pieno sostegno alla proposta dell'assessore Federico Portelli di cambiare alcuni nomi di vie e di piazze della città di Gorizia, dedicate a generali responsabili di carneficine o a una "vittoria" che per quasi tutti i cittadini non è stata altro che l'inizio di un declino passato attraverso la dittatura fascista e culminato nella seconda tragica guerra mondiale.
Come rilevato nel dibattito da Marino Marsič, presidente dell'skgz di Trieste, la tavola rotonda è stata occasione per un riuscito esperimento di "bilinguismo passivo": ognuno ha parlato nella propria lingua e ha compreso quella dell'altro, senza la necessità di traduzioni o ulteriori spiegazioni.

Perché ha ragione Torrenti

Interessante il dibattito di questi giorni sulle relazioni tra Gorizia e Nova Gorica. Da una parte l'assessore regionale Torrenti, in visita al Kulturni Dom di Gorizia, osa rilevare la carenza di rapporti tra le due città confinanti, dall'altra una pioggia di contestazioni e distinguo finalizzate a sostenere che l'attuale è una stagione straordinaria di amicizia e collaborazione.
Nella stessa pagina del quotidiano locale dove il sindaco Romoli rileva l'importanza del GECT e la sua unicità in Europa ("solo qui esiste un Gruppo europeo di collaborazione territoriale sottoscritto fra Comuni") è scritto che "sarà molto più difficile esporre la mostra del Novecento a Nova Gorica di quanto non sia stato portarla in Senato a Roma". Già questa constatazione getta molta acqua sul fuoco dell'entusiasmo romoliano.
Se poi si cammina per Nova Gorica - ma anche per Gorizia - e si chiede che cosa ogni passante conosce dell'"altra parte" della città, ci si accorge facilmente che ordinariamente nessuno degli interpellati conosce quasi nulla: forse la via Rastello e la piazza Grande da una parte, non più di Qlandia o di qualche gostilna dall'altra. Senza contare che è già difficile porre la domanda, dal momento che praticamente quasi nessun italiano conosce la lingua slovena e ormai sempre meno sloveni di Nova Gorica conoscono la lingua italiana.
Un ruolo importante, decisivo è svolto dalla comunità slovena in Gorizia, in particolare dai centri culturali come lo stesso Kulturni dom, luoghi di promozione della cultura, ma anche di incontro tra le tante componenti della vita cittadina: ci si augura che le parole dell'assessore regionale preludano a un sostegno sempre più convinto da parte delle istituzioni alle iniziative e proposte di quei cittadini che grazie alla loro storia e identità possono svolgere un fondamentale ruolo di "ponte" fra le diverse "sponde" dell'Isonzo e del Corno.
Ha ragione Torrenti che giustamente non ha denigrato l'esistente o chiesto quali risultati concreti abbia finora ottenuto il Gect, ma ha rilevato la necessità che i cittadini si sentano parte di un unico agglomerato urbano, unito nella sua diversità. E da questo punto di vista, c'è molto da rimboccarsi le maniche perché l'impressione è che dai tempi dell'indimenticabile abbattimento della rete sul confine della Transalpina dei passi siano stati effettivamente fatti. Sì, ma indietro, purtroppo.

giovedì 16 aprile 2015

Da oggi a sabato, Trincee di pace: 3000 giovani sul territorio

Trincea nei pressi di Kobarid
Si svolge tra oggi, giovedì 16 e sabato 18 aprile un grande evento organizzato dalla Tavola Nazionale della Pace per gli studenti delle scuole superiori italiane. Circa tremila giovani giungeranno da ogni parte d'Italia per conoscere e proporre le "ragioni della pace" cento anni dopo l'intervento italiano nella rima guerra mondiale. Il titolo dell'iniziativa è Trincee di pace e vedrà i ragazzi protagonisti di 11 affollati laboratori in vari centri di Udine e della visita a sei trincee collocate sula linea del fronte isontino. E' finalmente un importante modo per ricordare un anniversario che finora non ha consentito riflessioni approfondite ed attualizzate, se si esclude il veloce passaggio di Papa Francesco lo scorso anno a Redipuglia. Vedere da vicino i luoghi in cui tanti coetanei di una ventina di diverse nazionalità hanno sofferto e perso la vita significa rendersi conto direttamente di quanto sia vero che "la guerra è una follia"; e poterne discutere, con posizioni diversificate e proposte efficaci significa riportare nel tema l'intelligenza della ragione, offrendo alle nuove generazioni un'opportunità di scegliere di stare dalla parte dei veri costruttori di pace. Grazie dunque alla Tavola della Pace per la molto importante iniziativa e un "benvenuti, dobrodošli" a tutti i gioiosi componenti di questo vero e proprio esercito di pace.

Vie di pace oggi ad Aurisina

Oggi pomeriggio, presso la sala dell’associazione SKD Igo Gruden di Aurisina (Aurisina, 89 – Trieste), con inizio alle ore 19.30, si terrà, nell’ambito del progetto “Via di pace – Pot miru / Sentieri storici della Prima Guerra Mondiale dalle Alpi all’Adriatico”, il convegno sulla Grande guerra  “Guerra e pace sul Carso da diversi punti di vista”. All’incontro interverranno lo storico e scrittore sloveno Vasja Klavora di Nova Gorica  ed il giornalista Andrea Bellavite di Gorizia. 
All’incontro sarà disponibile il servizio di traduzione simultanea (sloveno e italiano). 
L’incontro è promosso dall’Unione economica culturale slovena (SKGZ), dalla Confederazione organizzazioni slovene(SSO), con il sostegno organizzativo della cooperativa culturale Maja di Gorizia.

martedì 14 aprile 2015

Inaugurata in Senato la mostra sul secolo breve goriziano

foto di Agostino Colla
foto di Andrea Bellavite
foto di Andrea Bellavite: Pietro Grasso
foto di Andrea Bellavite: Sergio Zavoli

Straordinaria presentazione della mostra sul Novecento goriziano. Coordinati dalla senatrice Fasiolo, hanno preso la parola Pietro Grasso, presidente del Senato, Sergio Zavoli presidente della commissione culturale del Senato, Franco Marini che ha tenuto la prolusione storica, l'ambasciatore di Slovenia in Italia, il sindaco Ettore Romoli e naturalmente, ultimo cronologicamente ma non certo ultimo Dario Stasi, direttore di Isonzo Soča e organizzatore dell'esposizione. Il prestigio della sede e l'importanza degli intervenuti dimostra l'interesse suscitato dall'iniziativa, dai forti contenuti dei quali si darà atto, al di là di questa brevissima cronaca in tempo reale.

Memoria e memorie (3): Il secolo breve di Gorizia nel Senato della Repubblica

Oggi alle 11 è prevista l'inaugurazione della mostra sul Novecento goriziano, nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica a Roma. Si tratta di un evento straordinario che porta le vicende della città nel cuore della Capitale. Meritano un plauso speciale Dario Stasi, direttore di Isonzo Soča e instancabile anima dell'iniziativa, la senatrice  Laura Fasiolo, alla cui mediazione si deve la realizzazione dell'obiettivo e i collaboratori del settore culturale del Comune, partner amministrativo della mostra.
"Il secolo breve" illustra con immagini e testi la storia goriziana, con tutti i cambiamenti che l'hanno drammaticamente caratterizzata, dall'inizio del Novecento a oggi. Si tratta di un periodo talmente ampio e complesso da rendere impossibile la presentazione completa degli avvenimenti, delle scelte e dei loro protagonisti. È quindi da considerare una semplice tappa, non certo un punto d'arrivo nell'indispensabile percorso di riflessione al quale Gorizia e il suo territorio sono da lungo tempo chiamati.
La grande novità sta nel metodo. Dopo il lungo periodo delle memorie contrapposte che ha paralizzato la cultura, la politica e la vita sociale nel  corso di diversi decenni, ha preso piede, soprattutto nel mondo cattolico e in particolare su proposta dell'associazione Concordia et Pax, l'esigenza di una "memoria condivisa" fondata su un atto di riconciliazione tra le parti offese.Tale proposta ha avuto il merito di creare importanti momenti di incontro tra sloveni e italiani accomunati dal desiderio di superare le tensioni del passato, ma ha corso il duplice rischio di non coinvolgere in alcun modo chi non ritiene possibile il perdono e di essere (ingiustamente) rappresentata come una sorta di par condicio degli orrori.
La mostra sul "secolo lungo" inaugura  un  nuovo modo di "leggere" la storia, potrebbe essere definito quello delle memorie contestuali. Non viene richiesta una riconciliazione che è troppo legata a un atto di coscienza individuale per diventare fondamento di un'azione politica e culturale; nessuno deve rinunciare al proprio punto di vista o ridurne la forza in vista della creazione di un orizzonte comune. Si tratta di consentire a ciascuno di sottolineare i fatti e la loro sempre parziale interpretazione, a condizione che sia garantita la rigorosità del metodo scientifico e una volontà non denigratoria nei confronti dell'altro.
La conoscenza delle "ragioni" dell'altro non implica la loro condivisione, ma può incrementare il rispetto e porre le basi di una collaborazione futura, per il bene comune e i beni comuni della città e dell'intero suo territorio.
Che sia questa la via da seguire?
ab

lunedì 13 aprile 2015

Memoria e memorie (2): il genocidio degli armeni

Cento anni dopo, Bergoglio in San Pietro pronuncia il termine "genocidio", definendolo il primo di quelli che si sono succeduti nel corso del Novecento.
Il massacro degli Armeni residenti nel territorio del tramontante Impero Ottomano fu una delle pagine più nere della storia, all'inizio della prima guerra mondiale: un milione e mezzo di morti, decisi dai se-dicenti "Giovani Turchi", arrembanti riformatori di una struttura imperiale alla vigilia della dissoluzione. Le parole del Papa suscitano un secolo dopo grandi risentimenti da parte degli attuali governanti della Turchia che non vogliono riconoscere l'entità della tragedia e accusano Francesco di disinformazione.
Ancora una volta la memoria e le memorie non sono affatto condivise e suscitano risentimenti anche dopo la sparizione di tutti i "protagonisti" delle vicende. Tutto ciò dimostra che è molto difficile fare i conti con il proprio passato, anche in presenza di documentazioni storiche ampie, articolate e impossibili da confutare. Inoltre è altrettanto evidente che senza superare le divisioni provocate dalle opposte "letture" del passato non si può andare avanti e ogni prospettiva è destinata a infrangersi sul muro delle diverse posizioni. Il Pontefice ieri ha voluto oltrepassare la soglia della diplomazia e della "memoria condivisa" pronunciando la fatidica parola "genocidio", attesa dagli uni, rigettata dagli altri: dire "pane al pane e "vino al vino" è la condizione per riprendere un dialogo apparentemente impossibile.
Resta una domanda "storica" riguardante l'alleanza tra il cattolicissimo Impero austro-ungarico e l'Impero ottomano autore del genocidio dei cattolici armeni: l'arcivescovo di Gorizia Sedej giustificava la guerra anche come "difesa dei cattolici russi minacciati dagli ortodossi", possibile che veramente non conoscesse le mire degli alleati del Sud?
ab

Memoria e memorie (1): Genova 2001

Che a Genova ci sia stata tortura lo sapevano tutti. 
Era evidente nel 2001, a coloro che si erano trovati a transitare per la periferia e il centro del capoluogo ligure; non poteva non essere evidente a chi stava nella "cabina di regia" delle forze dell'"ordine"; era logico che sapesse tutto anche il Governo, irregolarmente rappresentato nella stessa stanza dei bottoni dall'allora ministro Fini, che mai fece ammenda del suo comportamento in quell'occasione. 
La vera sorpresa quindi non sta certo nell'Europa che 14 anni dopo riempie il vuoto del reato di tortura non presente nell'ordinamento giuridico italiano. Lo stupore ci fu quando le sentenze diedero ragione alle vittime, ma i colpevoli furono puniti con pene irrisorie; quando un film intenso e ben documentato come "Diaz" attraversò la sostanziale indifferenza dell'opinione pubblica italiana. Soprattutto l'amaro sconcerto si diffuse tra i "reduci" di quei terribili giorni quando il premier Letta nominò De Gennaro, "mente" delle operazioni di Genova, presidente di Finmeccanica. A dire il vero molti sul momento pensarono a un caso di omonimia, ritenendo impossibile il trasferimento di un capo della polizia alla testa di un settore così radicalmente diverso. Invece furono smentiti dai fatti e lui, De Gennaro è ancora lì, difeso anche dalla bufera europea da un Renzi compiacente, da quasi tutto il partito Democratico e dalla "nostra" Debora Serracchiani che avvia un nuovo modo di concepire la memoria e le memorie, senza dubbio originale ma assai pericoloso: la condanna morale riguarda la coscienza individuale e non implica alcuna sanzione dal punto di vista pubblico. 
Come a dire che chi è riconosciuto responsabile di una violenza ingiustificata perpetrata a nome dello Stato, se la deve vedere soltanto con la propria coscienza: il che implica o la colpevolezza dello Stato e la conseguente assoluzione pubblica del "capo" che avrebbe solo "obbedito agli ordini" oppure la cancellazione della valenza pubblica del reato, con buona pace delle vittime costrette a vedere il loro principale carnefice in un posto chiave dell'economia nazionale. Proprio un bel modo di fare memoria!  
ab

sabato 11 aprile 2015

C'era una volta la jungla

Per il week end, ecco un racconto di viaggio di Vito Dalò, sempre disponibile nel condividere le sue esperienze "planetarie" con i lettori. Storie che fanno pensare...
In Ecuador ci sono stato una volta sola, 10 anni fa e ho soggiornato nella foresta amazzonica. Sono stato guidato da una persona del luogo che ha un nome importante, non certo ecuadoregno. Lui, l'esperto della giungla, si chiama Lenin e appartiene all'etnia dei Cofàn che vivono nel Sucumbios nei pressi del lago AGRIO. Era l'unico che aveva studiato del suo villaggio. Lenin mi raccontò che nel 1967 un fiotto di petrolio sgorgò dal lago AGRIO. Poco dopo giunse l'impresa Texaco che si sedette a tavola, tovagliolo al collo e forchetta in mano, facendosi una scorpacciata di petrolio e gas per 25 anni e cagando sulla foresta settantasette milioni di litri di veleno. Gli indigeni non conoscevano la parola INQUINAMENTO. La impararono quando vedevano i pesci morire a pancia in su, quando le lagune d'acqua dolce divennero salate, quando gli alberi sulle rive si seccarono, quando gli animali fuggirono, quando la terra non diede più i suoi frutti, e quando la gente nacque malata. I vari presidenti dell'Ecuador (tutti al di sopra di ogni sospetto corruttivo) collaborarono a questo compito, applaudito dai pubblicisti che lo esaltarono e sostenuto dai giornalisti che parlarono di ricchezza nazionale. Gli avvocati lo difesero e gli esperti lo giustificarono aiutati dagli scienziati che lo assolsero. L'unico che si oppose fu lo Shamàn del villaggio che invocò gli spiriti della giungla contro il progetto con molta resistenza, un giorno si inoltrò nella foresta per fare dei rituali di scongiuro ma non ritornò mai più, scomparve per sempre.

venerdì 10 aprile 2015

Stasera al Forum, Come la foresta ama il fiume...

Ecco alcune indicazioni utili, in vista della presentazione del libro che si terrà questa sera (venerdì 10) alle ore 18 presso il Forum, con introduzione di Claudio Biancuzzi e intervento dell'autrice. Il contesto è quello dell'ospedale partigiano diretto negli anni più difficili dalla dottoressa Franja Bojc Bidovec.
Autore - Anna Laura Biagini nasce ad Ascoli Piceno dove attualmente vive, occupandosi di counseling e comunicazione nel settore sociale. “Come la foresta ama il fiume” è il suo romanzo di esordio, secondo al premio letterario San Salvo 2013. “I Racconti di Corvino” sono la prima raccolta di storie ambientate sull’Appennino abruzzese ed usato come libro di narrativa in alcune scuole della città.
Il libro:- “Come la foresta ama il fiume”Storia di una Resistenza
La Resistenza è una fase eroica della Seconda Guerra Mondiale, ma numerosi e altrettanto sconosciuti sono i suoi lati oscuri, le contraddizioni e i compromessi che rendono comunque questo movimento umano. Nello scenario di un ospedale partigiano sloveno si fanno scelte non solo coraggiose ma anche d’interesse, mosse dal potere e dalla politica. A farne le spese a costo della vita stessa, giovani volontari, donne e uomini valorosi che subordinano i loro desideri alla causa della libertà, che sacrificano interamente la loro vita seguendo ordini che non sempre condividono, donando se stessi, tutto ciò che hanno, eccetto l’amore. Tra di essi Milen, una ingenua ragazza italo-slovena che si trova catapultata in questo mondo clandestino e pericoloso, dove tra le numerose vite salvate, dovrà preservare anche la sua, minacciata non solo dalle bombe che piovono dal cielo, ma anche dalla scoperta dell’impegno e della fiducia che richiede la vera amicizia nonché dalla passione amorosa, quella che brucia e non dà scampo, quella che solo una volta nella vita attraversa l’esistenza umana, come un torrente lambisce gli alberi di un bosco, e pur al prezzo di un’enorme sofferenza, la cambia per sempre.
Stile – Nel tentativo di rendere credibile la scelta della prima persona e poiché la storia è stata profondamente ispirata dalle donne e dagli uomini dell’epoca trattata, tenendo quindi conto del periodo storico, dell’estrazione culturale e dell’età della protagonista, si è scelto di usare un linguaggio ed uno stile consono, quanto più possibile aderente alla realtà e alla personalità dei personaggi.


mercoledì 8 aprile 2015

Guerra e terrorismo, frutto di scelte sciagurate...

La Pasqua appena trascorsa sarà ricordata anche per gli appelli contro ogni forma di violenza e di guerra. Particolarmente interessanti gli interventi di Papa Bergoglio, da una parte esplicitamente "vicino" ai cristiani, ma anche a tutti gli altri colpiti in Kenya, in Iraq e in altri Paesi del mondo, dall'altra costantemente preoccupato di evitare in tutti i modi quello che molti presentano come "scontro di civiltà" o addirittura di religioni. In effetti ciò che sta accadendo, il crescente odio fra le diverse componenti del complesso mosaico planetario e la sempre più grave insicurezza che tutti attanaglia, anche grazie al pressante intervento delle principali agenzie di informazione, appaiono sempre meno la conseguenza di scelte religiose, sempre più di visioni politiche ed economiche. L'orrore per i massacri non può quindi far dimenticare un impegno per la pace che non può essere realizzato se non attraverso l'instaurazione di un'autentica giustizia sociale. E non si può far finta di non sapere che tutto ciò che sta accadendo è frutto di scelte sciagurate e di decisioni prese nei "palazzzi" principali del potere mondiale. L'unica alternativa a una situazione di conflitto permanente è la riforma delle Nazioni Unite, nel senso indicato da un altro pontefice, Benedetto XV, nel contesto della prima guerra mondiale: un arbitrato internazionale al quale ogni Stato dovrebbe conferire autentico potere e l'eliminazione di tutte le armi, ad eccezione di quelle necessaria al mantenimento dell'ordine nelle singole Nazioni. Utopia?

lunedì 6 aprile 2015

Coincidenze e desaparecidos

Vito Dalò ci offre un racconto nel quale sottolinea alcune significative coincidenze. ..
La mattina del 24 marzo del 76 i carabinieri del mio paese mi comunicarono che in giugno sarei partito per Gorizia. Lo stesso giorno la radio annunciò un colpo di stato militare in Argentina. Fu destituito il governo democraticamente eletto di Maria Estela Martinez de Peron. Nacque la dittatura del generale Videla che fece sparire migliaia di argentini. Il regime del 42esimo presidente dell'Argentina fu il più terribile che la storia di quella nazione ricordi . La dittature di Videla è conosciuta per i crimini commessi contro l'umanità e per i desaparecidos. Venti anni dopo, il generale Videla spiegò al giornalista Guido Braslavsky che:” No, non si poteva fucilare più di tanto, mettiamo un numero, mettiamo cinquemila. La società argentina non avrebbe mandato giù le fucilazioni: ieri due a Buenos Aires, oggi sei a Còrdoba, domani quattro a Rosario e così fino a cinquemila....No, non si poteva anche perché poi avremmo dovuto far sapere dove fossero i corpi. Come potevamo indicare dove avremmo messo i resti? Nel mare? Nel Rio de la Plata? Nel Riachuelo? Poi avremmo dovuto dare le liste dei fucilati e poi sarebbero arrivate le domande alle quali non avremmo potuto rispondere: Chi uccise? Quando? Dove? Come?..”. Eh già, meglio farli sparire senza sapere come e dove sono scomparsi! Meglio DESAPARECIDOS.
Il 24 marzo è proprio una data infausta. Nel 1980 fu ucciso da una altra dittatura militare il vescovo di San Salvador, Oscar Romero. Di lui ho scritto un racconto in passato.

sabato 4 aprile 2015

Buona Pasqua 2015, vesele velikonočne praznike

Triglav

Il castello futuribile di Sartori

Puntuale come la morte ad ogni fondata critica sull'andamento dei lavori al Castello, giunge la promessa della futura Disneyland in cui si trasformerà l'antico manufatto per la gioia delle migliaia dei turisti previsti. Peccato che si vedano sulla collina solo muretti e scalinate ormai avvinghiate ad erbacce e tutto invece dia l'idea dell'abbandono. Ma siccome la Corte dei Conti chiede al sindaco dei ragguagli su costi e ricavi, ecco che il vice sindaco si affretta a rispondere ai dubbi più che legittimi di cittadini ed istituzioni, rilanciando il progetto secondo lo stile renziano di moda oggi. “Con i due milioni del Pisus il castello diventerà hi-tech! Sfruttando l'enorme diffusione della tecnologia smartphone sarà possibile proporre al visitatore il download dell'applicazione gratuita “Let'Go! già sviluppata nel Pisus” Ovviamente non poteva mancate il collegamento alla rete wi-fi, lo scarico delle applicazioni e via dicendo. Evidentemente lo stile 2.0 paga anche perchè, vista la scarsa diffusione di Internet nel paese, il linguaggio è a molti incomprensibile e comunque crea quella fuffa necessaria a nascondere la mancanza dei progetti. Rimpiangiamo Devetag. Almeno la sua falconeria aveva un capo ed una coda non virtuali. 
adg

venerdì 3 aprile 2015

600 persone alla Via Crucis in castello

Circa 600 persone, gran parte giovani, hanno partecipato questa sera, venerdì santo, alla Via Crucis cittadina, da Piazza Vittoria al castello di Gorizia. Le tradizionali "stazioni" sono state caratterizzate da una forte critica al "sistema" capitalista della mercificazione e del consumo che porta i poveri ad essere sempre più poveri e i (sempre più pochi) ricchi ad essere sempre più ricchi. Molto efficace è stata anche la riflessione finale del Vescovo Redaelli che domandandosi "quanto valga un uomo" ha notato che spesso il valore attribuito a una persona è inferiore ai trenta denari per i quali è stato venduto Gesù. "Cento anni fa, i giovani sulle nostre colline - ha detto - venivano uccisi con le mazze e le baionette perché per i loro capi valevano meno del costo di una pallottola". Non sono mancati riferimenti all'attualità, al dramma del Kenya e alla responsabilità di vivere e comunicare la speranza che compete ai discepoli di colui che è stato crocifisso. Certo, una presenza così numerosa e partecipe a un gesto liturgico, ma anche nobilmente "politico", è un elemento di forza e conforto in una città che a volte sembra tanto arida e deserta.

Mostra del Novecento Goriziano: il momento della gratitudine

Continuando la riflessione avviata da Anna Di Gianantonio nel precedente post, mancano pochi giorni all'inaugurazione della mostra sul Novecento Goriziano nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica.
"Il secolo lungo" racconta - attraverso fotografie, testi, carte geografiche, reperti storici - la vicenda di un territorio che all'inizio del '900 era austroungarico e in poco più di 80 anni ha assistito a una lunga serie di trasformazioni a volte drammatiche, a volte pacifiche. L'inedito metodo incentrato sulla collaborazione tra il periodico Isonzo Soča e il Comune di Gorizia ha consentito di raggiungere tanti obiettivi. Se negli anni passati si è lentamente passati dalla contrapposizione al tentativo di individuare una "memoria condivisa", questa esposizione - sulla linea del lavoro svolto dalla commissione mista di storici all'inizio degli anni Duemila - inaugura un modo nuovo di concepire il rapporto con il passato: le "memorie giustapposte", si potrebbe dire, offrendo al visitatore la possibilità di confrontarsi sui diversi, spesso inconciliabili punti di vista. In questo modo ciascuno può almeno rendersi conto delle "ragioni" dell'altro, senza per questo venire meno alle proprie convinzioni.
D'altra parte, soltanto in questo modo - rispettando, anche se non necessariamente condividendo, la storia vista con gli occhi dell'altro - diventa possibile trasformare il passato in straordinaria opportunità piuttosto che sterile denuncia delle colpe altrui e rivendicazione dei propri meriti. Un plauso grande va dunque agli organizzatori, in particolare al tenace Dario Stasi che a Roma non vedrà coronato un sogno, ma l'inizio di un nuovo percorso, in buona parte ancora da scoprire e costruire insieme.
C'è chi ha sollevato dubbi sulle "assenze di menzione" nella rievocazione del secondo dopoguerra (tra l'altro ammettendo candidamente di "non aver visto la mostra" e non aver partecipato alle intense visite guidate dalla professoressa Di Gianantonio dopo Natale, quando era esposta al Museo di santa Chiara), altri hanno proposto altri modi di affrontare il tema. Tutto bene, è un altro obiettivo raggiunto, quello di "far parlare" finalmente del Novecento Goriziano.
Tuttavia in questo momento dovrebbe prevalere l'orgoglio di portare a Roma i segni della storia, senza con questo togliere il gusto di individuare altri aspetti che si potrebbero aggiungere a quella che non si presenta come un'esposizione definitiva e compiuta, piuttosto come un "lavoro in progresso" dove ogni persona competente potrà aggiungere il proprio contributo di idee e di visione del mondo. Questo non è il momento della polemica, ma della gratitudine, nei confronti di chi - spesso affrontando e superando incomprensioni, critiche, legittime perplessità - ci ha creduto fino in fondo!
Andrea Bellavite

giovedì 2 aprile 2015

Ragionando di Novecento Goriziano...

Lodevole l'iniziativa del Piccolo di dedicare una pagina sulla questione della mostra del Novecento, allestita dal Comune di Gorizia e da un gruppo di lavoro organizzato dalla rivista Isonzo-Soča.

Lodevole perchè mette in evidenza l'interesse che il tema del lungo dopoguerra goriziano suscita ancora in città. Solo due osservazioni. Come al solito, invece di essere collettivamente contenti che una mostra fotografica goriziana approdi al Senato della Repubblica e possa offrire una vetrina della storia della città, se ne mettono in evidenza i difetti e le mancanze, come leggo nell'intervento di Fornasir e Boscarol.  Mancano dei personaggi importanti? La mostra voleva ripercorrere a grandi linee la storia complessiva del territorio dai primi Novecento alla caduta dei confini. E' realistico che tutti coloro che hanno agito meritoriamente in città siano rappresentati o non è più utile descrivere gli avvenimenti che della storia segnano uno spartiacque fondamentale? Nella mostra non appare, ad esempio, Darko Bratina, l'avvocato Battello, Silvino Poletto ed altri esponenti di sinistra che pure hanno svolto in città un ruolo importante. Quando si fa una mostra l'imperativo categorico è  scegliere. Ma la scelta, lo voglio ribadire, non è stata fatta dalla “sinistra”. Il gruppo di lavoro è stato composto da persone che la pensano in modo radicalmente diverso, come più volte sottolineato, e dunque ogni foto e ogni didascalia è stata lungamente discussa, ogni parola soppesata, ogni giudizio vagliato. Nel piccolo è veramente la continuazione del lavoro fatto dalla commissione mista degli storici sulla storia del confine orientale. Stupisce dunque che questo sforzo di trovare non dico una memoria condivisa, che come dice Covaz, non è neppure auspicabile, ma almeno l'accordo su una visione complessiva del passato cittadino non sia apprezzato come merita e non si capisca come questo fatto segni un passo in avanti di grande importanza per la storia della città. Mi pare la prima volta che studiosi italiani e sloveni, di diverso orientamento, si trovino a confrontarsi senza reciprocamente chiedersi auto da fè.  Per quanto riguarda il ruolo che dovrebbe avere in questo dibattito il Comune, sono d'accordo con Covaz. O si capisce che è per la storia del Novecento che Gorizia sarà visitata o si perderà, come più volte affermato, anche l'ultimo treno per lo sviluppo della città. 
adg

mercoledì 1 aprile 2015

Un dittatore assetato di sangue

Per iniziare bene il mese di aprile, ecco un racconto storico di Vito Dalò che ci porta questa volta in Guatemala.
Durante il mio primo viaggio in Guatemala, governava il generale Rìos Montt che si era impossessato del Paese con un colpo di stato a danno di un altro generale: capitava spesso in diversi paesi del continente latinoamericano. Un anno e mezzo dopo, il presidente Montt che era anche pastore della chiesa del Verbo, con sede in California, si attribuì la vittoria della guerra santa e lo sterminio di quattrocentoquaranta comunità indigene locali. Secondo Montt l'impresa sarebbe stata impossibile senza l'aiuto dello Spirito Santo che, pare, dirigesse i suoi servizi di spionaggio. Il suo importante collaboratore e consigliere spirituale, Francisco Bianchi, spiegò a un inviato del New York Times che:” la guerriglia ha molti collaboratori tra gli indigeni, e che questi sono sovversivi. E come farla finita con i sovversivi? E' evidente che bisogna uccidere gli indigeni. Sappiamo che qualcuno dirà che stiamo massacrando degli innocenti, Ma questi non sono innocenti”. Il dittatore Montt andò al potere il giorno 23 marzo 1982. Ebbe il coraggio di far uccidere 200.000 maya ma prima fece stuprare le loro donne e torturare i loro figli. La commissione dell'ONU affermò che :” durante la presidenza di Ríos Montt, sono stati commessi atti di deliberato genocidio contro la popolazione indigena”.