sabato 28 febbraio 2015

Sutera chiama Gorizia: uno sguardo al futuro prossimo venturo?

Sutera, in provincia di Caltanissetta. Si sono spesi oltre due milioni di euro per costruire un'orribile struttura per turisti (mai visti, dall'inaugurazione del 2012 ad oggi), unendo il paese a un santuario da tempo abbandonato. Meglio rimandare al link di Repubblica per saperne qualcosa di più e vedere le fotografie. E pensare che almeno quell'impianto è stata portato a compimento!

L'Italia (attuale!) in guerra: martedì al Forum il libro curato da Gregorio Piccin

Si parla molto di guerra, purtroppo, in questo periodo. Si vanno definendo i contorni delle parti, enfatizzando le proprie ragioni e gli altrui torti, costruendo gli immaginari collettivi che invitano i membri di ogni comunità a pensare che l'unica soluzione possibile sia l'annientamento dell'altra. La novità consiste nella trasversalità: il" "nemico" non ha un volto preciso e non vive in un determinato spazio, ma è mescolato con l'amico e per questo la sua minaccia è ancora più inquietante e difficile da inquadrare.
Ma le cose stanno proprio così? In assenza di ogni possibile controllo diretto della situazione, come è possibile conoscere la plausibilità degli eventi? Nell'epoca dell'infinita potenzialità dell'informazione mediatica, quali strumenti ci sono per discernere i veri obiettivi e le autentiche ragioni che sottostanno a una comunicazione inevitabilmente pilotata?
A queste e a molte altre domande avvia un'introduttiva risposta il libro curato da Gregorio Piccin, Se dici guerra..., edizioni kappavu 2014. Il testo svela scena e retroscena di fenomeni quali il proliferare delle basi militari, lo sviluppo tecnologico bellico e la realizzazione di giganteschi profitti. Sette esperti si confrontano con la quotidianità, offrendo una lettura della storia contemporanea incisiva, originale e soprattutto convincente.
Se ne parlerà al Forum per Gorizia, martedì 3 marzo, con inizio alle ore 18, insieme allo stesso Gregorio Piccin e a tutti coloro che vorranno partecipare.

venerdì 27 febbraio 2015

La ciclabile dell'Isonzo



 Tratto della ciclabile visto dal ponte

 Cartello di cantiere
Imbocco della ciclabile
Eccola qui la ciclabile che corre lungo la sponda destra del fiume Isonzo-Soča! Per il momento, come si vede dall’immagine è solo asfaltata. Manca la segnaletica orizzontale, quella verticale è già collocata, ma non ancora orientata correttamente.

Dal cartello di cantiere, si legge che il tratto in questione è quello da Solkan a Plave, di un ben più lungo itinerario. Probabilmente, nella prossima primavera o, al più tardi in estate, sarà utilizzabile.

Oggi le ciclabili soprattutto quelle lungo i fiumi (es. la Donauradweg), portano turismo e, quindi, incrementano l’economia locale. Il cicloescursionista mediamente spende € 50,00 al giorno per mangiare, dormire ecc. E, mediamente, non supera gli 80 km al giorno di viaggio.


Saranno capaci le amministrazioni locali a cogliere questa occasione?

mercoledì 25 febbraio 2015

La drammatica bellezza del Monte Sabotino

Sveta Gora (Monte Santo) dal suggestivo eremo di San Valentino

La cresta del Sabotino verso la valle della Vipava (Vipacco)

L'Isonzo, tra la verde Gorizia (a sinistra) e il Monte Calvario
Ieri il sindaco di Gorizia ha visitato la cima del Monte Sabotino, riportandone evidentemente una forte impressione. Ha infatti assicurato che si attiverà per la sistemazione del versante italiano e per "realizzare un collegamento con quello sloveno".
Ben venga un intervento di risanamento e ben venga la valorizzazione del lavoro straordinario svolto negli ultimi decenni da Mario Muto e collaboratori che hanno letteralmente riconsegnato ai goriziani il punto più alto della loro provincia. Ben venga anche la sottolineatura degli orrori della guerra che in questo luogo stridono in modo drammatico con la bellezza dei paesaggi.
Non si capisce bene cosa intenda il primo cittadino con la realizzazione di un "collegamento", per il quale attingere a qualche sensibile finanziamento. Ci sono già infatti molti ottimi e ben tenuti sentieri che consentono l'intera traversata. Per chi ama camminare, si può partire dal ponte di Salcano, salire al suggestivo eremo di San Valentino, attraversare la stretta cresta, scendere abastanza vertiginosamente - dopo rinfrancante sosta presso l'assai accogliente "koča" slovena - attraverso le trincee fino alla diga per poi tornare, su ciclabile appena asfaltata, al punto di partenza. Oppure è possibile risalire tutto il versante italiano sfruttando i bei sentierini nella boscaglia che permettono di "tagliare" i  numerosi tornanti della strada asfaltata che sale da San Mauro, opportunamente riservata ai mezzi autorizzati. Chi vuole salire in bicicletta può farlo con relativa fatica percorrendo la strada che da San Floriano conduce a Hum e poi a Kojsko e Gonjače: dal centro di Gorizia si tratta di circa 20 km, il rientro è molto più breve se all'ultimo tornante si imbocca la strada forestale di 200 metri che già collega adeguatamente la Slovenia e l'Italia. La stessa strada può essere percorsa anche in automobile, da chi non vuole o non può camminare: lo splendido panorama e la visita alle fortificazioni sono accessibili davvero a tutti.
E allora, qual'è il "collegamento" per il quale cercare un finanziamento? Oddio... Mica gli sarà venuto in mente... il famoso "collegamento fra Piazza Vittoria e il Borgo Castello"?

martedì 24 febbraio 2015

Grazie a Vito Dalò, possiamo ricordare oggi un importante anniversario: il 23 febbraio 1455 usciva dal laboratorio di Gutenberg la Bibbia, il primo libro stampato della storia (occidentale, naturalmente...). Ricordiamo l'avvenimento con le sue divertenti parole:
Chi, come me, “consuma un po’ di libri” non può dimenticare il giorno di oggi di qualche secolo fa (1455). Si! Fu proprio in questa data che in Europa venne alla luce per la prima volta la BIBBIA. Prima non la conosceva nessuno o quasi. Fu stampata grazie ai caratteri mobili inventati da Johannes Gutenberg (che è rimasto nella storia come l’inventore della stampa). I cinesi stampavano libri da oltre due secoli prima ma nessuno lo ricorda. I soliti misteri. Gutenberg fu certamente il primo a diffondere massicciamente il più appassionante romanzo della letteratura universale. Romanzo ricco di coinvolgente fantasia di cui non si sa l’autore o gli autori. Quando ero giovane ho vissuto nel clima cattolico fino ai 18 anni (appartenevo ad un gruppo giovanile chiamato azione cattolica) e quando, da ragazzo, lessi per la prima volta la storia dell’asina di Baalam che parlava con il padrone, mi vennero in mente tutte le fiabe di magia che leggevo in quel periodo in modo particolare le fiabe di animali parlanti dei fratelli Grimm. Quello che non ricordo più è in che lingua parlasse l’asina, forse in ebraico? Non lo so. Pensate che bello poter palare con il vostro animale preferito. Io ho un gatto, gli do da mangiare, lo curo, gli parlo e nonostante mi sforzi di interloquire con lui, non mi risponde. Probabilmente parliamo lingue diverse oppure sono un pessimo educatore. In ogni caso, "oggi" del 1455 fu una data fondamentale per la crescita dell’uomo.
Vito Dalò

Tibaldi: Serracchiani, governante o badante?

Leggendo sui quotidiani l'odierno resoconto della visita della Presidente della Regione a Gorizia, non si comprende bene che cosa effettivamente tale passaggio abbia prodotto: in una città in piena crisi, con i negozi che chiudono, i principali lavori pubblici bloccati, il turismo che arranca, la questione immigrazione "bollente" a causa della cosiddetta "emergenza richiedenti asilo" e soprattutto dell'incredibile vicenda dei lavoratori del Cara di Gradisca senza stipendio da ottobre e sul punto di perdere il posto di lavoro, Serracchiani predica "più efficienza e meno burocrazia". E nulla più. In generale, dopo due anni di centro sinistra (?) a capo del fvg, che cosa è accaduto di nuovo? Si propone la riflessione di un esperto, Adelvis Tibaldi, "anima" del "Comitato per la vita del Friuli rurale" (si consiglia una frequente navigazione del sito, raggiungibile anche dall'elenco dei lik su questa pagina), profondo e troppo poco ascoltato lettore e interprete della realtà regionale. Il testo è un po' lungo, ma è uno strumento per preparare l'incontro con Franco Belci che si terrà questa sera alle 18 presso la nostra sede del Forum per Gorizia.
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Dopo due anni di governo regionale un bilancio non solo è opportuno, bensì dovuto. Forte della costante copertura mediatica della televisione di Stato, dei quotidiani locali e confindustriali, la governante sparge l'immagine edulcorata della bambina prodigio. Nemmeno ai tempi di Illy si era visto un tale armamentario di adulatori pronti a tutto. Non c'è notizia della televisione pubblica che non riferisca le attività dell'esecutivo regionale con gli stessi enfatici ed autoreferenziali annunci di chi le ha prodotte. Non un contraddittorio, non un dubbio, e chi come noi che non le manda a dire, né ha merci da barattare, è sistematicamente oscurato su preciso ordine dei capi bastone. Né si può dire che i quotidiani e le lucide riviste confindustriali siano da meno. Non si era giunti a tanto nemmeno ai tempi del buon Vittorino Meloni e della politica democristiana confezionata in sua presenza davanti alle bicchierate di champagne dell'hotel Astoria.
Non sarà mica un caso se anno dopo anno l'Italia arretra nella classifica di Reporters sans Frontières che ci ha relegato al 73° posto fra i paesi dove la libertà di stampa non viene rispettata. Eppure, un distinguo è d'obbligo perché, se vi sono paesi dove la libertà di stampa è in sofferenza a causa dei regimi totalitari, qui oltre ad essere condizionata da minacce più o meno latenti, viene compressa in ossequio a chi detiene il potere, quasi a volersi offrire in una sorta di amplesso osmotico dove la sopravvivenza dell'uno garantisce lunga vita all'altro.  
Ma andiamo per ordine. Trascorsi due anni dalle elezioni regionali abbiamo scoperto che non è successo praticamente nulla di significativo, ad eccezione di una riforma della sanità che fa acqua da tutte le parti e che non tarderà a rivelarsi una vera e propria sceneggiata dove tutto cambia perché nulla cambi. Ma dove è stata giocata la partita più odiosa è sul piano istituzionale, ovvero sulla progressiva e subdola estinzione della nostra autonomia. Nominata una commissione paritetica Stato-Regione sotto la guida di un presidente che dire pavido e inidoneo è dire poco, la nostra autonomia è passata da una fase in cui  la Regione è stata costretta ad emulare il virtuoso ed orgoglioso Trentino Alto Adige, alla fase attuale in cui per compiacere al disegno centralista e arrogante di Renzi, la Regione si è lasciata andare alla più indecorosa, supina sottomissione.
Prigioniera di un palese conflitto di interesse che la vede contemporaneamente  al servizio del potere centrale e governante di una Regione autonoma, la Serracchiani ha prima traccheggiato, poi se ne uscita con il dire che la autonomia si conquista solo facendo i bravi e accettando fiduciosi le riforme, qualsiasi esse siano, purché siano le riforme imposte dall'alto. Una indicazione demenziale che ricorda l'invito fatto alle donne ciociare di non sottrarsi alle voglie dei soldati marocchini per non irritarli e farsi malvolere!
Evidentemente, la governante si è resa conto di avere a che fare con un Consiglio Regionale arrendevole, con un esecutivo di soldatini obbedienti e con un gregge di pecore cui piacciono le invocazioni del direttore del Veneto Messaggero, quando si fa in quattro per convincere la sublime Debora a non migrare nella capitale, bensì ad accontentarsi del ruolo di segretaria del PD e così continuare a starci accanto qual virgo potens! Che lo stare a doppio servizio fosse una garanzia per il nostro futuro ne erano convinti un po' tutti: l'opposizione di destra, ma anche i sindacati, gli ambientalisti, gli autonomisti... Ebbene, nessuno si è accorto di non fare altro che favorire la carriera politica personale di chi può andare a Roma a raccontare la fiaba della bambina prodigio tutta rigore e austerità che nessuno osa smentire.
A considerare la pochezza di chi era al comando prima di lei c'è da trasecolare e, pur tuttavia, rimane il fatto che in due anni lei ha fatto ben poco. Vediamo ad esempio la terza corsia dell'A4. Sebbene si tratti di un banale ampliamento di una banale autostrada di pianura, prima Tondo e poi lei sono stati insigniti della carica di Commissario Straordinario, proprio per favorire la rapida realizzazione dei lavori; ma se Tondo ha sprecato un bel po' di soldi per fare qualcosa, lei in due anni non è riuscita a muovere nemmeno una carriola di ghiaia: ma chiacchiere tante e persino l'aumento dei pedaggi! Ebbene, dopo due anni trascorsi inutilmente, anziché metterla ai ferri e farle pagare i danni della sua inerzia, il governo ha inteso premiare la nostra sopportazione rinnovandole il mandato, sebbene  si avvicini inesorabile il 31 marzo del 2017, quando volenti o nolenti la concessione non sarà più una rendita di posizione per Autovie Venete e per le sue clientele, bensì affidata al miglior offerente sancito da una gara.                     
Che dire poi della portualità, tanto strombazzata ed ora affidata, non certo ad un presidente nel pieno delle sue facoltà, ma ad un commissario a termine, in attesa di una ristrutturazione generale che dopo il mega finanziamento assegnato al nuovo porto di Venezia, troverà nel Veneto il baricentro decisionale per l'intero Alto Adriatico. Che dire del sistema ferroviario ridotto a roba da terzo mondo, nonostante le continue fanfaronate e le promesse di treni ad Alta Velocità, alias ad Alta Capacità, o per meglio dire ad Alta Stupidità. Che dire degli elettrodotti lasciati invadere le nostre contrade o del rigassificatore di Trieste che a dispetto delle promesse elettorali è rimasto nell'agenda del governo senza che la invitta donzella se ne sia opposta in maniera risoluta. Che dire del drammatico gap digitale che ci vede arretrati e ultimi insieme alla Basilicata e al Molise. Che dire dell'arretramento registrato nelle rinnovabili o della farsa propagandistica delle smart-grid, mai attuate per favorire i padroni   dell'energia e impedire i comportamenti consapevoli e virtuosi della collettività.
E' inutile: siamo diventati un popolo bambino che si è lasciato andare, che può essere manovrato a piacere da una informazione di ascari e governato non più da una governante, ma semplicemente da una badante. E allora che bisogno c'è di invocare l'autonomia, visto che sono in procinto di darci la “Fieste de Patrie dal Friul”: lì potremo conversare in friulano, intrecciare danze e mangiare il frico: proprio come si fa nelle riserve indiane. Cosa vogliamo di più dalla vita?

Tibaldi Aldevis, Comitato per la Vita del Friuli Rurale  www.facebook.com/comitato.friulirurale
   

lunedì 23 febbraio 2015

Forse non tutti sanno che...

A grande richiesta, ecco un nuovo racconto di Vito Dalò. Propone un'assai interessante ipotesi relativa all'origine del "cacao". 
Una sera ero a cena con amici in una gostilna presso il castello di Dobrovo. Nel raccontarci mi capitò di narrare una mia esperienza di viaggio. Su richiesta di Andrea che spesso mi spinge a scrivere i miei ricordi di gioventù, ecco la mia conoscenza di un personaggio vissuto all’incirca 4000 anni fa. Si chiamava Ah-Cacau. Era agosto del 1983 quando un piccolo aereo da 20 posti mi condusse da Città del Guatemala a Ciudad Flores, poco più di un villaggio sul lago Flores sempre in Guatemala. La mia meta era EL MUNDO PERDIDO e l’antica città di Tikal uno dei siti storici dei Maya che la giungla del Petèn, impossessandosene ha tutelato per secoli. All’uscita del piccolo aeroporto mi si avvicinò un giovane chiamato Salvador (che poi rincontrerò anche nei viaggi di alcuni anni dopo) che mi si propose come guida turistica, tassista e tuttofare. Salvador ha un sorriso accattivante e una simpatia innata. La nostra trattativa fu breve e chiudemmo il contratto con una stretta di mano; 20 dollari al giorno escluso la gasolina(benzina), l’ingresso nel sito, i pasti e le spese extra. Flores si chiama così per i fiori? Chiesi alla mia guida. No! Rispose Salvador. Flores era il nome del vice presidente delle Repubblica che venne crocifisso nel 1826 nella cattedrale di Quetzaltenango. Si! Lo crocifisse la Revolution, aggiunse. Gli indios sono capaci di questo ed altro quando sono arrabbiati. Forse è stato un errore, adesso è in paradiso. Flores prima di quella data si chiamava Virgen de los Remedios y San Pablo poi lo stesso anno della morte del vicegovernatore cambiò nome, concluse. Lungo il tragitto, Salvador iniziò a narrarmi l’interessante storia dei Maya e della zona archeologica che avremmo visitato. Tikal, antica capitale dell’Impero teocratico è un luogo sacro e fu scoperta nel 1960. Ci sono centinai di collinette coperte di vegetazione e ognuna potrebbe essere un tempio o una tomba, continuò la mia guida. A Tikal ci sono stati molti sacrifici umani in onore degli dei, disse Salvador. Visiteremo la piazza centrale con i templi(piramidi) più importanti già liberati dalla vegetazione. Tra questi anche la tomba di AH-CACAU. Ah- Cacau? E chi era, domandai? L’inventore della cioccolata liquida, rispose Salvador. Vissuto circa quattromila anni fa, era un re Maya, sacerdote e guerriero. Aveva il compito di guidare i Maya di Tikal e di tutelarli dalle furie degli dei, per questo si sacrificavano i prigionieri che catturavano nei villaggi vicino. Gli dei si placavano e il popolo viveva sereno. Ah- Cacau era anche un Brujos (inteso non solo come persona con poteri maligni ma anche come curandero) che conosceva le proprietà delle erbe, dei tuberi e delle radici che raccoglieva di notte quanto tutti avevano paura di entrare nella foresta(jungla). A Lui si deve anche la conoscenza dell’erba della follia (che pare fece impazzire l’imperatrice Carlotta, moglie di Massimiliano d’Austria imperatore del Messico e costruttore del castello di Miramare a Trieste).  Secondo la mia guida Ah-Cacau tostava i semi del cioccolato, poi li frantumava pestandoli con il peperoncino. Successivamente immergeva il composto in acqua e lasciava fermentare per qualche giorno. Poi lo beveva e pare che questo liquido piccante donasse forza ed energia in quanto essendo Ah-Cacau anche un capo guerriero doveva essere il più forzuto e coraggioso di tutti per essere rispettato. Secondo Salvador il nome cacao deriva proprio dall’inventore della cioccolata liquida, anche se, aggiunse, in Europa si dice che ad inventare la cioccolata sia stata una duchessa francese. Secondo la mia guida, la duchessa deve essere venuta a conoscenza della storia del capo guerriero e sacerdote Ah-Cacau.

domenica 22 febbraio 2015

i lontani tempi delle promesse elettorali

E' in distribuzione gratuita nei luoghi pubblici di Gorizia un magazine che illustra le "conquiste" del Comune. Vorrebbe essere una rassicurante vetrina dei principali obiettivi raggiunti in questi anni. In realtà, i verbi coniugati al passato sono molto pochi, tra essi spicca il dato del "boom"delle presenze in Castello, "raddoppiate" tra il 2013 e il 2014 (è anche vero che nel 2013 l'accesso era reso assai problematico dai lavori nel Borgo). Tutti gli altri sono al futuro: si farà, i lavori si concluderanno, si auspica che...
In effetti i toni sono molto meno trionfalistici di quelli usati ai tempi del Romoli 1, sempre colmi di mirabolanti promesse. Quello del Romoli 2 sembra essere un periodo di lento declino, quasi di sempre più impaziente attesa della fine di una consigliatura che non sembra aver più nulla di interessante o di nuovo da proporre. Insomma, si prospettano due anni di lento spegnimento delle residue ceneri di un entusiasmo smarrito da molto.
Del resto, i risultati lasciano poco spazio ai sogni. Diceva nel lontanissimo maggio 2007 l'Ettore Primo, riferendosi poco generosamente al quinquennio di Vittorio Brancati: "Il Comune ha dimostrato in questo lustro, che fortunatamente sta per concludersi, incuria, incapacità di realizzare opere già finanziate, mancanza di fantasia. Gorizia e i goriziani mi hanno dato tanto e ora sono pronto ad essere io al servizio della città per i prossimi cinque anni". Ahimé, quant'acqua è passata sotto i ponti dell'Isonzo, quanti pochi obiettivi centrati! I negozi chiudono uno dopo l'altro, l'isola pedonale è desertificata, piazze come quelle di Sant'Andrea sono già rovinate subito dopo la solenne inaugurazione, edifici che avrebbero dovuto essere un esempio di ristrutturazione vengono lasciati nel degrado totale (vedi Filzi, mirabolante promessa della prima campagna elettorale romoliana o la casa Fogar a Pevma dalla quale fu scacciato il centro sociale in vista della realizzazione di incredibili riconversioni turistiche).
E Piazza Vittoria, 8 anni dopo l'insediamento del sindaco, sedicente grande "amministratore di condominio"? Giace triste e brutta, con il selciato della strada davanti a Sant'Ignazio che dovrà essere "completamene rifatto", con i marciapiedi che si sfaldano e con il panorama ormai consolidato degli ascensori al castello, in ritardo di tre anni (a tutt'oggi) sulla tabella di marcia e con la sempre più concreta possibilità di non muoversi mai più a causa della fine dei finanziamenti.
Insomma, si capisce come mai una persona intelligente e smaliziata come il sindaco, oltre che allargare le braccia in segno di ritrovata consapevolezza dei propri limiti, cerchi di recuperare immagine e consenso su tutt'altro fronte, prendendosela con i malcapitati profughi e presentandosi come il difensore della città dalla loro "invasione", Un ottimo diversivo per stornare l'attenzione di tutti da un degrado cittadini sempre più preoccupante!
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sabato 21 febbraio 2015

Officina 2.0. Idee e valori per una sinistra al futuro

Martedì 24 febbraio, alle ore 18 presso la sede del Forum per Gorizia in Via Ascoli 10, ci sarà un interessante dialogo informativo con Franco Belci, segretario regionale della cgil, promotore dell'Officina 2.0, "idee e valori per una sinistra al futuro".
L'incontro, organizzato da Forum per Gorizia e Kulturni Dom di Gorizia, si prefigge l'obiettivo di far conoscere la discussa iniziativa di Belci che sta suscitando grande interesse in tutte le province del Friuli Venezia Giulia.
Si tratta di un tentativo di riunire sul piano culturale le forze più vive della politica e della vita sociale regionale, al fine di immaginare e cominciare a realizzare - da ciò il titolo di "officina" - un concreto progetto di rinnovamento, ponendo alla base i diritti di tutti, la salvaguardia della legalità e le grandi esigenze del mondo del lavoro.
Tutti sono invitati a partecipare a questa riunione pubblica, la prima di questo genere proposta a Gorizia e dintorni.

venerdì 20 febbraio 2015

Il Castello espugnato...

"La guerra continua", diceva quello...
Il sindaco Romoli, che pensava di aver vinto la sua lotta con l'ordinanza anti-bivacchi, si accorge che i richiedenti asilo (e se si cominciasse a definirli "esuli"?) non soltanto non se ne sono andati, ma con l'aumento delle temperature "osano" uscire dai ricoveri di fortuna messi a disposizione dal volontariato e "si permettono" di passare la giornata sui prati intorno al Castello. E minaccia l'intervento dell'esercito contro chi potrebbe degradare l'immagine del suo amato maniero. E degli immobili ascensori in perenne costruzione, se è vero che i profughi hanno perfino avuto il coraggio di sdraiarsi "a piedi nudi" (cosa che evidentemente ha colpito l'immaginario collettivo), vicino all'erigenda "stazione a monte".
Interrogativi: anzitutto, come sloggiare da una città delle persone che non fanno male a nessuno e che non hanno commesso alcun reato; poi - domanda diretta al "premier de nojartri" - non devono stare a Gorizia o non devono stare all'aperto? Perché nel primo caso bisogna dire chiaramente che non si vogliono stranieri - in particolare poveri - sul proprio territorio e non fare discorsi pseudo-umanitari sui loro autentici interessi. Nel secondo caso, invece, perché non sollecitare l'utilizzo di caserme, case ater e case private, nel momento in cui si constata l'esistenza di centinaia di alloggi sfitti in città? Se fossero messi a disposizione di associazioni, cooperative e soggetti ritenuti idonei dalla Prefettura (e il Prefetto si è dichiarato del tutto disponibile a questa eventualità), i richiedenti asilo avrebbero un alloggio molto dignitoso e sarebbero sostenuti in un processo di integrazione che andrebbe a tutto vantaggio loro e dell'intera collettività cittadina.
Se il sindaco transitasse almeno una sera presso la Caritas in Piazza san Francesco e incontrasse i settanta ottanta richiedenti sostenuti solo da un volontariato entusiasta e totalmente gratuito, forse sceglierebbe la seconda via: gli afghani e i pakistani che frequentano tale mensa sono persone che - se fraternamente accolte - potrebbero offrire alla città una grande occasione di crescita e maturazione.

giovedì 19 febbraio 2015

No a nuove ordinanze comunale, sì alla ricerca di soluzioni condivise

La questione è davvero seria e lo "scontro" giornalistico tra il sindaco di Gorizia e il prefetto dimostra che i nervi sono sempre più tesi. Non si riescono a individuare luoghi dove accogliere temporaneamente i richiedenti asilo, nonostante le diverse centinaia già ricoverati al Nazareno e al cara/Cie di Gradisca. Continuano nel frattempo ad arrivare, attualmente sono circa settanta le persone fuori convenzione che possono mangiare qualcosa e dormire riparati sotto un tetto esclusivamente grazie all'impegno, alle energie e alle generose proprie risorse finanziarie di una ventina di donne e uomini di buona volontà.
Di nuovo c'è che il prefetto Zappalorto ha dato pubblicamente atto ai volontari - riconoscendoli di fatto come soggetto collettivo - che senza di loro non ci sarebbe alcuna alternativa al trascorrere la notte, senza cena, nei parchi cittadini.
Qualcosa sembra muoversi, sia pur lentamente e l'appello pressante del prefetto sembra essere raccolto da qualcuno: oltre al Comune di San Canzian ora anche quello di Savogna d'Isonzo, stando alla dichiarazione della brava sindaco Alenka Florenin, propone accoglienza e integrazione; si vocifera di enti pubblici decisi a entrare in convenzione con la prefettura per favorire l'accoglienza diffusa; sono sempre di più i privati cittadini che cercano il modo di convenzionarsi tramite associazioni intermedie, per mettere a disposizione i loro alloggi.
Romoli insiste invece sulla "linea dura", minacciando ulteriori ordinanze e sgomberi coatti di luoghi pubblici. Non spiega come potrebbe "costringere" le forze dell'ordine a sloggiare da Gorizia persone che non hanno commesso alcun reato, non offre alcuna altra alternativa che il solito ritornello "non qui ma altrove", dimentica che i giardini della città non sono dormitori perché qualcuno ha pensato che fosse scandaloso lasciar dormire degli esseri umani all'aperto nelle notti invernali.

martedì 17 febbraio 2015

Dignità e coraggio: le prostitute di Santa Cruz

Ed ecco un altro racconto di viaggio. Vito Dalò presenta un episodio avvincente, una storia che esalta la dignità delle donne, l'anelito alla libertà e la forza del coraggio.
Viaggiando per l’Argentina, un giorno mi imbatto in una storia quasi incredibile. Al mercato di Salta (nord del Paese) un intagliatore del sud mi voleva vendere dei pezzi d'artigianato della Patagonia. L’uomo, oltre ad essere molto loquace, era  anche simpaticissimo e durante la trattativa per l’acquisto di un suo lavoro mi raccontò la storia che vi scrivo. A dire il vero non avevo dato credito al suo racconto pensando ai mille trucchi per incantare gli acquirenti. Ma tornato nel mio Paese verificai l’autenticità del racconto.  Nel mese di febbraio del 1922 i braccianti e i contadini delle campagna della Patagonia scioperarono contro lo sfruttamento e per una migliore qualità della vita. I loro salari erano bassissimi e insufficienti per sopravvivere. L’esercito, come spesso accade nelle dittature, fu incaricato di ristabilire l’ordine. La notte del 17 febbraio, i soldati uccisero tanti lavoratori da arrivare a stancarsi. E così ristabilirono l’ordine riempiendo i cimiteri.  La notizia si diffuse senza alcuna reazione. I soldati ricevettero la loro meritata “ricompensa”. Potevano festeggiare nel bordello del porto di San Julien della provincia di Santa Cruz nei pressi dello stretto di Magellano. Qui avvenne l’incredibile episodio. Le cinque prostitute che lavoravano chiusero il bordello e svergognarono i militari che furono messi in fuga al grido di: “Assassini! Assassini! Andate via di qui!”. Lo storico Osvaldo  Bayer  ha conservato i nomi di quelle coraggiose donne. Ve li riporto per onorare la loro memoria. CONSUELO GARCIA, AMALIA RODRIGUEZ, MARIA JULIACHE, MAUD FOSTER E ANGELA FORTUNATO. Puttane? Certamente ma molto più coraggiose e dignitose di tantissime altre donne o uomini. ONORE A QUESTE DONNE. Comprai dal mio loquace e acculturato intagliatore un statuetta in legno senza trattare sul prezzo.
Vito Dalò

lunedì 16 febbraio 2015

Amianto e processi, un dramma senza fine

Molto drammatica ed efficace la prima pagina de "Il Piccolo" di ieri, così come è impossibile non condividere la contestuale riflessione di Roberto Covaz. Sono state pubblicate le fotografie di tante persone morte a causa dell'amianto, i loro volti e i loro nomi sono la più forte denuncia ai ritardi di una "giustizia" che ha impiegato decenni per giungere a una prima sentenza, le cui motivazioni - 16 (sedici) mesi dopo! - non sono ancora state rese pubbliche. Con tutte le conseguenze che ciò può comportare in sede di revisione dei procedimenti.
E' una brutta storia che si aggiunge a quella tremendamente triste delle vittime dell'asbestosi a Monfalcone. Recentemente si è svolta nel castello di Dobrovo un'interessante assemblea promossa dalla locale associazione dei colpiti a causa dell'amianto: i lavoratori del cementificio di Anhovo si sono pienamente riconosciuti nelle parole del giornalista del Piccolo chiamato a presentare il libro dedicato ai "polmoni dei cantierini" e delle persone che lo hanno accompagnato. Come non condividere l'appello di questi giorni?

Un pensiero (non romantico) intorno alla festa di san Valentino

Fortemente richiesto, ecco un altro pensiero di Vito Dalò, uno sguardo decisamente non convenzionale alla festa di San Valentino.
14 febbraio. La chiesa ha sempre fatto proprie le feste altrui con lo scopo di cristianizzare le festività pagane. Nell'antichità in questo periodo si festeggiavano a Roma i lupercali, una antichissima festa pagana dalle origini leggendarie. Infatti, almeno secondo Ovidio, al tempo di Romolo e Remo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Uomini e donne si recarono al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, e qui si prostrarono in atteggiamento di supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone (Il Fauno), cosa che le donne ovviamente non gradivano. Allora alle parole del vento della dea si diede un’altra interpretazione simbolica ovvero che bisognava sacrificare un caprone e festeggiare accoppiandosi. In questo senso anch’io sono per i lupercali! 
Desidero anch’io ricordare il 14 febbraio ma con un pensiero confacente alle mie idee. Da sempre nella storia umana i figli dei nemici sono sempre un bottino di guerra, per esempio durante le dittature. Quella più recente è quella argentina dove cinquecento bambini degli oppositori cambiarono famiglia, affetti, nomi ed educazione. Io desidero ricordare il 13 febbraio del 2008 quando il primo ministro australiano Kevin Rudd, chiese perdono ai nativi aborigeni perché per più di cento anni erano stati privati dei loro figli. Le agenzie statali e quelle religiose sequestrarono i loro bimbi affidandoli alle famiglie cristiane dei bianchi europei per “salvarli dalla povertà, dalla delinquenza, per civilizzarli e per allontanarli dagli usi selvaggi” e convertirli (aggiungo io) visto che furono tutti battezzati non per loro scelta. Ecco, questo è il mio 14 febbraio.
Vito Dalò

domenica 15 febbraio 2015

Fuori dalla struttura...

Ci sono notizie più importanti, ma per una volta cedo alla tentazione di scrivere qualcosa di personale, ad uso dei compagni del forum, degli altri affezionati lettori del blog e dei vivaci commentatori d'assalto.
Oggi il Messaggero Veneto mi dedica un richiamo in prima e due terzi della pagina di Gorizia, un onore inatteso ma anche un onere. Gli articoli - rispettosi e puntuali - sono di un ottimo giornalista, Christian Seu, che riporta con molta correttezza e con simpatia i contenuti dell'intervista telefonica dello scorso giovedì.
La precisazione riguarda quindi l'essenzialità dei titoli che richiede alcuni brevi chiarimenti.
Mi sono sempre sentito "prete a tempo pieno". Ho sempre sentito (e anche pubblicamente ribadito) come un approfondimento e non una rinuncia alla mia vocazione la scelta di svestire la tonaca ufficiale per affrontare il mondo della politica amministrativa. Dal punto di vista teologico e sacramentale, chi si riconosce negli insegnamenti della chiesa cattolica crede che chi è prete lo sia per sempre, indipendentemente dalle scelte contingenti della vita. Dal punto di vista giuridico chi è a capo di una Diocesi può ritenere che un certo atteggiamento sia incompatibile con la linea di "quel momento" della chiesa; per questo nel 2007 mi fu inviata una lettera dal Vescovo nella quale venivo invitato a non esercitare atti di culto e forme pubbliche di ministero, "se fossi stato eletto sindaco o consigliere comunale". La lettera garantì di fatto anche alla prefettura la regolarità della candidatura a sindaco, vietata anche dalla Legge al "ministro di culto nell'esercizio delle sue funzioni". A quella missiva non seguì alcun atto giuridico ufficiale, tipo sospensione "a divinis" e tanto meno "dismissione dallo stato clericale". Per questo, terminata la presenza in consiglio comunale nel 2012, mi sono sentito libero - in determinate ma non infrequenti circostanze - di celebrare l'Eucarestia e altri sacramenti.
Per me il prete deve essere "laico", così come lo era Gesù, avendo come proprio riferimento morale il Vangelo dell'amore e della nonviolenza, fino alla disponibilità a dare la propria vita per tutti. Come tale, entra nel mondo della cultura e della politica con una propria specifica posizione, con la sua "testa" e non con quella di qualcun altro che gli debba imporre cosa pensare e cosa dire. Inoltre deve essere aperto all'ascolto e condividere la faticosa ricerca di una nuova sintesi culturale ed etica, portando la propria posizione a misurarsi e a lasciarsi mettere in discussione da persone che hanno altre visioni religiose, filosofiche, morali, della vita e del mondo.  E' secondo me abbastanza difficile realizzare questo obiettivo rimanendo nella "struttura" pastorale, è molto più impegnativo ed entusiasmante scendere dal pulpito e misurarsi con chi la pensa diversamente, rispettando le regole sempre mutevoli della democrazia e della libertà di pensiero.
E l'obbedienza al Vescovo, guida della comunità? Il Vescovo, dall'etimologia greca, è "colui che sorveglia" e ha tutto il diritto di "fermare" l'azione di un prete, non riconoscendo nel suo operato il "bene" per la comunità. A lui il prete è chiamato a dare obbedienza "filiale", cioè non militare. Il figlio non è "obbediente" perché fa sempre quello che i genitori gli impongono, ma quando, con il coraggio della responsabilità e senza dimenticare gli insegnamenti ricevuti, decide di percorrere strade nuove ed autonome.
Il prete di domani, quello che sembra volere lo stesso Francesco, come guida di una comunità del nostro tempo, sarà oltre le divisioni tra le chiese, vivrà come gli altri del suo lavoro - operaio, insegnante, giornalista, agricoltore... - rifiuterà qualsiasi privilegio corrispondente al suo "status", avrà una vita affettiva in armonia con il suo orientamento sessuale, sarà nel cuore della vita politica - con una propria specifica posizione di parte - e culturale, si dedicherà in modo particolare ai più deboli e ai più poveri. Sarà prete di Gesù, ma in un mondo multiculturale si confronterà con chi legge il Corano o segue gli insegnamenti del Buddha, aiuterà e si farà aiutare da chi si riconosce in prospettive filosofiche nuove, si lascerà trascinare nella dialettica degli opposti alla ricerca di una sempre fragile ma indispensabile verità quanto più possibile condivisa.
Con tutti i miei limiti, io nel 2007 ho iniziato un cammino di questo genere, certo di anticipare ciò che in futuro sarà considerato del tutto ovvio. Per questo non è vero che "torno" a fare il prete a tempo pieno. Non è vero perché lo sono sempre stato e sono convinto di continuare così.
Ah sì, sono ancora disponibile a candidarmi per essere sindaco di Gorizia? Certamente sì, ancor più tenendo conto della situazione attuale della città e consapevole dell'importanza che ha acquisito il Forum per Gorizia in questi anni di assenza "amministrativa". Come più volte detto, preferirei che la futura "prima cittadina" sia una donna che conosca le caratteristiche storiche e culturali della città, che abbia esperienza di relazioni comunitarie e che abbia una sufficiente conoscenza della lingua slovena. Altrimenti, perché no?
Andrea Bellavite

giovedì 12 febbraio 2015

I viandanti del mondo, il 20 febbraio a Fiumicello

Si replica! Venerdì 20 febbraio, presso il Comune di Fumicello alle ore 20.30 la Compagnia Teatrale I Viandanti del mondo ripropone lo spettacolo Memorie, Storia e storie di migrazioni, per la regia di Vito Dalò. L'opera, oltre ad essere un'ottima rappresentazione artistica, è una straordinaria occasione per riflettere, conoscendo per così dire dal di dentro, sul fenomeno delle migrazioni e sulla vita dei protagonisti. L'iniziativa è stata promossa dal Forum per Gorizia, con il contributo della Provincia di Gorizia. Per chi non l'ha visto, da non perdere! Ma anche per chi ha già partecipato, ogni performance è nuova...

martedì 10 febbraio 2015

Galleria colabrodo

 Ecco due immagini di una delle tante crepe che si sono aperte nella galleria Bombi. Dopo la recente ristrutturazione, salutata come un toccasana per il turismo goriziano, il tunnel è ritornato ad essere quello che era una volta: un colabrodo dal quale fuoriescono le acque della collina. A parte l'estetica, messa a dura prova dai muschi e dalle numerose perdite, restano i dubbi sulla "tenuta" visto che i segni di "rottura" sono tanti e sempre più evidenti.


Giorno del ricordo, nella Legge 92/2004

Qual'è la finalità del Giorno del ricordo, fissato nell'anniversario annuale della sottoscrizione dei Trattati di Parigi del 1947? 
Il Forum, proseguendo il suo costante cammino di approfondimento degli eventi del Novecento, ripropone la parte iniziale della norma istitutiva, approvata a larga maggioranza dalla Camera dei Deputati (502 favorevoli, 4 astenuti e 15 contrari), il 30 marzo 2004.
"La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero." (Legge 92/2004, art.1, comma 1-2)

lunedì 9 febbraio 2015

Al Forum "Le mani sulla città", ricordando Francesco Rosi

Martedì 10 febbraio dalle ore 18.00 incontro nella sede del Forum per ricordare Francesco Rosi e il suo film “Le mani sulla città”.
Francesco Rosi recentemente scomparso è stato definito regista militante, impegnato e non commerciale, aggettivi che oggi nemmeno si usano più. Fare cinema era per Rosi contrarre un impegno morale con la propria coscienza e con lo spettatore-cittadino. Il cinema era una grande famiglia e il film una avventura per far rivivere la vita sullo schermo.
Realizzato nei primi anni sessanta a Napoli, “Le mani sulla città” racconta – come recita una didascalia del film - una realtà sociale e ambientale autentica, con personaggi e fatti immaginari. Immaginari nel film di Rosi, quei personaggi e quei fatti li abbiamo ritrovati nel corso degli anni della nostra storia, e li ritroviamo ancora oggi nella nostra vita, tutti i giorni.
Oggi a Gorizia Rosi pianterebbe la cinepresa in piazza Vittoria, inquadrerebbe negozi vuoti e strade fracassate, documentando “le mani sulla collina del castello” e il cemento gettato in quell'inutile lavoro. Ma forse nemmeno Rosi saprebbe come raccontare il cambiamento avvenuto in questi anni, dall'aspra lotta tutti contro tutti del consiglio comunale di Napoli, alla triste quiete odierna di quello goriziano, che pigramente ogni tanto si riunisce, per mettere le mani sulla città: sui tanti appartamenti vuoti, sugli edifici abbandonati, sui progetti inutili mai finiti, sui centri commerciali mai realizzati, sui progetti di parcheggi sotto e sopra terra per auto che non parcheggeranno mai.
Rosi, che denunciava la speculazione edilizia per combattere il pericolo di un cambiamento della cultura e dell'anima pubblica dei cittadini, oggi a Gorizia resterebbe attonito davanti a quanti si dicono convinti di aver “trasformato urbanisticamente la città, cancellando decenni di degrado”.


Ascensori mangiasoldi

Gli ascensori al castello non finiranno mai e i lavori si riveleranno a tutti come quello che da anni si va ripetendo: un mastodonte incompiuto che ha deturpato una delle zone più belle di Gorizia, una voragine mangiasoldi pubblici paralizzata da assolutamente prevedibili intoppi. Tra essi quest'ultimo, cui fa opportunamente riferimento Giuseppe Cingolani. (ab)
578mila euro in più richiesti dalla ditta che realizza l'impianto di risalita al Castello, a causa degli imprevisti verificatisi nel corso dei lavori: per il Comune è l'ennesima gatta da pelare, in quella che è ormai la “storia infinita” degli ascensori al Castello di Gorizia.
Il 19 gennaio l'impresa ha presentato le cosiddette riserve, con cui chiede di essere pagata di più rispetto a quanto previsto nell'appalto, in parte a causa dei lavori eseguiti per garantire l'accesso al Castello da via Franconia, ma soprattutto per i maggiori oneri dovuti alle sospensioni dei lavori a cui la ditta è stata costretta.
Secondo il contratto, i lavori avrebbero dovuto durare 520 giorni: dal novembre 2010 all'aprile 2012. Invece i giorni già trascorsi sono oltre 1.500, tra cui si registrano più di 600 giorni di totale inattività del cantiere, e la conclusione dell'opera pare molto lontana.
Dal luglio 2011 i lavori sono proseguiti solo parzialmente e a singhiozzo, per il ritrovamento di un muro antico che andava preservato: si è dovuto elaborare un nuovo progetto e attenderne l'approvazione, giunta da poco, da parte di Sovrintendenza e Regione.
Le richieste di maggiori pagamenti presentate dalla ditta sono state totalmente rigettate dal direttore dei lavori, e ora il Comune e l'impresa hanno a disposizione qualche settimana per tentare di trovare un accordo. Se non sarà possibile, si andrà a un contenzioso, che allungherà ulteriormente i tempi di realizzazione dell'impianto.
Tra l'altro dev'essere ancora effettuata la gara d'appalto per l'acquisto delle cabine che trasporteranno i passeggeri. Sulle spese complessive inciderà anche la variante che prescrive l'interramento di un tratto dell'impianto per preservare il muro antico.
Nello scorso dicembre il Consiglio comunale ha approvato un aggiornamento del programma dei lavori pubblici in cui si diceva che, se tutto andrà bene, l'impianto di risalita sarà completato nel 2018. Il sindaco aveva affermato che quella previsione era un errore degli uffici. Non vorremmo scoprire che gli uffici hanno ecceduto in... ottimismo. Una cosa è certa: finora gli ascensori al Castello hanno fatto salire solo i costi a carico dei cittadini.
Giuseppe Cingolani, capogruppo del Pd di Gorizia

Gli inquietanti "quaderni neri" di Martin Heidegger

Martin Heidegger (1889-1976) è stato considerato da molti il più importante filosofo del XX secolo, massimo esponente dell'esistenzialismo tedesco. La sua analisi sullo sviluppo dell'Occidente e sul suo prossimo annientamento da parte del progresso della "tecnica" rimane un punto di riferimento fondamentale per una lettura analitica della modernità; il suo volume Essere e Tempo è stato ritenuto una straordinaria sintesi della filosofia occidentale. Eppure quest'uomo che il suo discepolo Hans Jonas (quello della famosa espressione "Si può parlare ancora di Dio dopo Auschwitz?") definì "tra i più intelligenti del secolo", sostenne l'ascesa di Hitler al potere e soprattutto giustificò la Shoah. Vengono pubblicati in questi giorni alcuni frammenti inediti dei suoi "Quaderni neri", testi scritti tra il 1942 e il 1948, quindi durante e dopo il funzionamento dei campi di sterminio. In essi Heidegger parla di "auto-annientamento degli ebrei" e di adempimento di una missione affidata dalla storia al popolo tedesco. Fa venire i brividi leggere le sue parole, anche se forse consentono di "entrare" meglio nella mente e nel cuore di chi ha commesso, giustificato o soltanto taciuto di fronte all'orrore assoluto.
Ma tutto ciò suscita anche qualche altro pensiero inquietante, quello riguardante il ruolo degli intellettuali, dei filosofi e dei teologi nella società: se chi dovrebbe suscitare l'"amore per la saggezza" si schiera dalla parte di chi vuole sterminare interi popoli, chi potrebbe accompagnare l'umanità verso un futuro di pace e di convivenza nella fraternità?

sabato 7 febbraio 2015

Il senatore nella porta girevole

Il PD è una porta girevole? Dopo che l'alleanza con Forza Italia sembra non essere più così solida, ecco che alcuni senatori, tra cui Alessandro Maran, tornano nella Ditta, convinti, come dice il senatore gradese, della bontà del jobs act, il che la dice lunga sulla spinta riformista della nuova legge sul lavoro partorita da Pietro Ichino, che di lavoro stabile non ha certo bisogno.
Da segretario della Federazione Isontina dei DS, a capogruppo dell'Ulivo, a capogruppo parlamentare alla camera sempre PD, nel 2013 Maran decide di lasciare il partito per passare con Monti che gli garantisce il posto di capolista per il Senato, posto cui non sarebbe stato candidato se fosse rimasto nella Ditta. A queste persone, così coerenti e salde nelle loro scelte politiche, è affidata la gestione dei contratti di lavoro, della riforma della Costituzione, della riforma della scuola. Persone che pur di non tornare tra i comuni mortali a lavorare, cambiano partito a seconda delle convenienze. Intanto in Grecia si consuma il ricatto della Bce, che non paga della tragedia in cui ha gettato il popolo greco, si vendica delle libere elezioni non volendo contrattare sul “debito”.
Mentre Tsipras tenta di difendere il suo paese, noi abbiamo il Partito della Nazione, dove ognuno cerca di salvare il suo scranno parlamentare, motivando il gattopardismo con gli interessi superiori del Paese e sotto gli occhi di chi voleva rottamare il vecchio sistema politico. 
adg

Un augurio per la festa dell'8 febbraio

Ecco gli auguri di Igor Komel, direttore del Kulturni Dom di Gorizia, in occasione della festa nazionale della cultura slovena:
L’ 8 febbraio si celebra la Giornata della cultura slovena – festa nazionale in Slovenia che ricorda la nascita del grande poeta France Prešeren (1800 – 1848), autore della “Zdravljica – Il brindisi”, testo dell'inno nazionale sloveno, del Sonetni venec, del poemetto Krst pri Savici (Il battesimo sullaSavica) e di molti altri componimenti. Per le sue proposte e per i contenuti espressi nelle sue opere, Prešeren sarebbe considerato oggi un vero portavoce dei popoli d’Europa.
Anche per il nostro attuale “piccolo mondo Goriziano”, in particolare per la comunità slovena, la ricorrenza ha un significato importante. Da una parte infatti testimonia la vivacità della cultura slovena nella varietà del mondo culturale goriziano, dall'altra sottolinea l'impegno per la convivenza, il  rispetto e la conoscenza reciproca tra le varie componenti nazionali che si intrecciano sulle rive dell’Isonzo (o Soča, Lusins , Lisonz, Sontig...).
Esattamente un anno fa abbiamo proposto in questa stessa occasione una simbolica stretta di mano tra France Prešeren e Dante Alighieri. Tale idea ha ulteriormente approfondito la reciproca conoscenza e collaborazione fra sloveni, italiani e friulani da una parte e dall'altra dell'ex confine. Sono state infatti realizzate numerose originali manifestazioni transfrontaliere, "nuove", anche se dovrebbero essere normali nella quotidianità. Ecco alcuni di questi “piccoli”, ma interessanti passi, che portano il carattere della "prima volta”. L’attrice italiana Marina De Juli si è esibita nel teatro SNG di Nova Gorica, con lo spettacolo (in lingua italiana) “Omaggio a Fo, Gaber , Jannacci”; si sono intessuti importanti legami intorno alle problematiche legate alle malattie amianto correlate aDoberdò, Monfalcone, a Deskle e Dobrovo, grazie alle varie presentazioni del libro  di RobertoCovaz sul tema. Anche il libro "L'Isonzo" di  Andrea Bellavite e Massimo Crivellari ha “sconfinato", anche grazie alle presentazioni caratterizzate dal cosiddetto bilinguismo passivo. Si è opportunamente sottolineata - grazie anche al periodico transfrontaliero Isonzo Soča - la vicenda dei Tolminotti, trecento anni dopo la loro esecuzione in piazza Grande (con due mostre in contemporanea al Bratuž ed al Kulturni); non va dimenticata la mostra “Il secolo lungo. Un itinerario fotografico nel Novecento Goriziano” allestita al Museo di Santa Chiara; gli incontri con l’autore della biblioteca BSI;  c'è stato anche un significativo confronto, nella sede del Forum per Gorizia, tra i responsabili dei Kulturni di Nova Gorica e Gorizia e poi con i giovani di Nova Gorica; interessanti anche le mostre collettive “dalla sorgente alle foci dell’Isonzo”, in particolare quelle realizzate in collaborazione con le realtà slovene e italiane più vicine alle problematiche relative al disagio sociale. Nell’ambito “transfrontaliero” non si possono infine dimenticare l’arte figurativa e i musicisti, come pure lo sport ed il cinema, che svolgono da sempre un ruolo fondamentale nella costruzione di un mondo senza confini.

“Eppur si muove” qualcosa anche nei rapporti autenticamente politici “transfrontalieri” tra  Gorizia – Nova Gorica e Šempeter  - Vrtojba, soprattutto grazie alle opportunità offerte anche dal GECT, alla "via della pace" promossa dalla Provincia di Gorizia, ai vari progetti europei e ad altre “piccole” masignificative realtà che stanno costruendo un nuovo scenario nei rapporti tra vicini di casa.
E nel 2015? “La stretta di mano” seguirà il proprio percorso.. certamente con la rappresentazione teatrale “trilingue” su Nora Gregor al teatro Verdi di Gorizia, con la rispettiva mostra al Trgovskidom e con l’omaggio a Max Fabiani, che vedranno impegnati vari enti pubblici, gli istituti scolastici e le associazioni culturali (slovene, italiane e friulane) di Gorizia e di Nova Gorica. Nella prossima “stretta di mano” sicuramente non mancheranno il ricordo agli “artisti del buon vicinato”, tra i quali vanno ricordati Celso Macor, Ljubka Šorli, Francesco Macedonio, Filibert Benedetič, Tone Kralj, Edoardo Pirusel e tanti altri.
“Eppur si muove” qualcosa anche nell'ambito del bilinguismo passivo… Tuttavia, nel porgersi reciprocamente gli auguri in occasione di questo 8 febbraio, il nostro comune intento è che le  nuove, giovani  generazioni goriziane possano essere non “bilingui”, ma almeno trilingui, meglio ancora multilingui. L’augurio è rivolto soprattutto ai giovani italiani, friulani e sloveni dell’Isontino e della vicina Primorska, ma anche ai nuovi arrivati… Insieme possiamo costruire una “bella babilonia” delle lingue, ma pure della civile convivenza, del reciproco rispetto e della pace. Forse il nostro caro Prešeren, nella sua festa, vedrebbe di buon occhio questi brevi pensieri di riflessione comune…

giovedì 5 febbraio 2015

Riqualificazione di Corso Italia, problemi e prospettive

Secondo i Gruppi consiliari del centrosinistra vanno modificati sia il progetto sulla viabilità ciclabile in Corso Italia, sia la bozza di regolamento sugli spazi di ristoro esterni ai bar (i cosiddetti dehors). Il primo, compreso nel piano di riqualificazione di Corso Italia, è stato approvato dalla Giunta alcuni mesi fa, mentre la seconda è stata presentata alle Commissioni e sarà portata nel prossimo Consiglio comunale. Si tratta di due aspetti connessi, sui quali vanno evitati errori che danneggerebbero la viabilità cittadina e un commercio già in forte difficoltà.
Oggi in Corso Verdi sono presenti due piste ciclabili monodirezionali ai due lati opposti della carreggiata, le quali, nel progetto della Giunta, dovrebbero confluire in una sola, più larga e percorribile in entrambe le direzioni, all'inizio di Corso Italia. Quest'unica pista, però, dovrebbe procedere a zia zag, costringendo i ciclisti ad attraversare la strada per ben due volte. Nel primo tratto, dall'ex cinema Corso fino a via IX Agosto, la pista dovrebbe sostituire gli attuali parcheggi che stanno nel lato destro della strada (andando verso la stazione). Poi i ciclisti dovrebbero spostarsi nel controviale dall'altro lato della strada, quello davanti alla Provincia, per tornare ad attraversare il Corso in prossimità dell'incrocio con le vie Bellini e Locchi. Questo incredibile doppio attraversamento aumenterebbe i rischi e spingerebbe molti a non utilizzare la pista ciclabile.
Sarebbe molto meglio se le due piste ciclabili percorribili in una sola direzione sui lati opposti del Corso Verdi si prolungassero nei due controviali di Corso Italia, fino alla stazione. Ciascuna pista sarebbe larga un metro e mezzo, e potrebbe essere collocata nella parte dei controviali più vicina alla strada, in prossimità delle aiuole. In corrispondenza ai dehors, il passaggio pedonale sarebbe situato nella zona dei controviali adiacente agli edifici e alle vetrine dei negozi. Lo spazio che i dehors perderebbero in larghezza, a favore delle piste ciclabili, potrebbe essere recuperato con un loro allungamento, oltre che, eventualmente, con un leggero restringimento delle aiuole.
Il sindaco sembra disponibile a prendere in considerazione questa soluzione, modificando la scelta già fatta dalla Giunta. Ma la proposta sarà praticabile solo se verrà modificata l'attuale bozza del regolamento sui dehors. In essa infatti si prevede che in corrispondenza ai dehors debba essere garantito un passaggio pedonale largo almeno 2 metri: così non ci sarebbe spazio sufficiente per collocare in entrambi i controviali sia la pista ciclabile, sia il passaggio pedonale, dato che i dehors occuperebbero una larghezza di 3 metri. Per risolvere il problema basterebbe ridurre il passaggio pedonale a una larghezza di 1 metro e mezzo.
Nella riunione delle Commissioni abbiamo proposto altre modifiche al regolamento sui dehors: la bozza prevede che in ciascun lato dei passi carrabili non possano essere collocati dehors per uno spazio di 2 metri. Ciò obbligherebbe a smantellare, almeno parzialmente, molti dehors oggi presenti in Corso Italia. È strano che l'Amministrazione non abbia fatto valere lo stesso criterio per i parcheggi delle zone blu, situati anche molto vicino ai passi carrabili. La visibilità e la sicurezza all'uscita dei passi carrai possono essere garantiti in modo meno penalizzante per i commercianti. Gli stessi criteri di sicurezza in vigore per le zone blu dovrebbero essere fatti valere anche riguardo allo spazio della carreggiata da mantenere libero dai dehors.
Infine l'utilizzo delle pedane per i dehors dovrebbe essere consentito anche nel centro storico, nel caso in cui renda maggiormente fruibile l'area, in particolare ai disabili.
Ci risulta che anche la Confcommercio di Gorizia sia favorevole alle modifiche al regolamento da noi proposte.
I capigruppo del centrosinistra: Giuseppe Cingolani – Pd, Rosy Tucci – Gorizia è tua, Stefano Abrami – IdV, Livio Bianchini – SEL, Emanuele Traini – Federaz. della sinistra.

mercoledì 4 febbraio 2015

Cattolici e politica italiana dagli anni '90: il punto di vista identitario

Proseguendo la riflessione del post precedente (e rispondendo al secondo commento)...
Se si guarda al Convegno della Chiesa italiana, Loreto 1985, la lente d'ingrandimento consente di approfondire le due linee, quella dell'identità e quella della mediazione.
La prima, sulla quale ci si sofferma per ora in questa riflessione, è rappresentata dai movimenti ecclesiali e soprattutto da Comunione e Liberazione. L'idea centrale è quella di un'appartenenza cristiana fonte di giudizio e di interpretazione culturale della realtà storica: l'annuncio evangelico costruisce comunione fra le persone e genera la liberazione dell'uomo da ogni schiavitù. 
Dal punto di vista ecclesiale tale impostazione, piuttosto avversata dalle associazioni "storiche" e da parte dell'episcopato italiano, era invece molto apprezzata dal Vaticano e da papa Wojtyla, amico di Cielle già dai tempi dell'episcopato a Cracovia.
Il risvolto essenzialmente politico è legato a un impegno di servizio alla società sussidiario a quello dello Stato (il motto del tempo era più società meno stato), ritenuto più "garante" dei progetti degli enti intermedi che gestore dei servizi fondamentali alla vita del cittadino. Per la realizzazione dell'obiettivo è importante il sostegno di un "potere" non legato a particolarità idealità né vincolato alla moralità dei suoi rappresentanti, ma disponibile a sostenere ogni "opera" in cambio di un mero appoggio elettorale. Ciò spiega l'appoggio apparentemente incondizionato a Berlusconi (ma non al berlusconismo), a partire dagli inizi degli anni '90, ritenuto uomo della provvidenza non per il suo esempio personale o per l'ideologia liberista, bensì per la costante attenzione nei confronti della "Compagnia delle Opere", profondamente radicata nel tessuto della società italiana.
Le dimissioni di Ratzinger - forse sicuro di vedere al suo posto l'Arcivescovo di Milano Scola, ciellino della prima ora e massimo attuale rappresentante della linea identitaria - e l'imprevista elezione di Bergoglio hanno di fatto indebolito questa posizione nell'ambito del cattolicesimo nazionale: anche se costretti a far buon viso a cattiva sorte, difficilmente i "movimentisti" possono gradire il primato della relazione sull'identità e la forte accentuazione meno "compromissoria", maggiormente social-rivoluzionaria e proprio per questo anche fortemente spirituale del cristianesimo latino-americano. 
In ambito politico, la parabola discendente di Berlusconi e la sostanziale impotenza ideologica e strategica del centro sinistra e della sinistra socialista e comunista, hanno riaperto invece ampi spazi di manovra al cattolicesimo popolare, più vicino all'Azione Cattolica e allo Scoutismo cattolico - ma sostenuto anche da riviste di ampia diffusione come anzitutto Famiglia Cristiana - ambito di formazione dei politici democristiani dal Dopoguerra agli anni '80 e di quelli vicini all'Ulivo prima, alla Margherita e all'ala centrista del Partito Democratico poi. 
Andrea Bellavite

lunedì 2 febbraio 2015

Le radici di un cattolicesimo al potere

Nel 1976 si svolge a Roma il primo grande Convegno della Chiesa Italiana, dal significativo titolo "Evangelizzazione e promozione umana", una sintesi del progetto socio culturale del cattolicesimo nazionale derivato dall'ancora recente conclusione del Concilio Vaticano II e dall'impronta del Pontificato di Paolo VI. Quasi dieci anni dopo, nel 1985, in pieno slancio woityliano, i rappresentanti delle diocesi si riuniscono a Loreto, in un'assise dedicata a "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini". E' da ricercare in questo decennio l'abile "costruzione" dell'alternativa agli ormai declinanti tempi del potere della Democrazia Cristiana, di fatto longa manus nel mondo politico delle idealità cattoliche. 
Apparentemente il decennio intercorso fra i due convegni è stato caratterizzato da una fortissima contrapposizione interna: da una parte il movimentismo identitario di Comunione e Liberazione e degli altri nuovi soggetti ecclesiali, dall'altra il più tradizionale associazionismo mediativo dell'Azione Cattolica e dello scoutismo cattolico. In nome di una fede chiamata a incarnarsi nelle strutture politiche economiche e culturali, si formano alla scuola di don Giussani nomi divenuti poi molto noti come quelli di Formigoni, Buttiglione o dei recenti ministri Lupi e Mauro; richiamandosi a una tradizione cattolico popolare di matrice sturziana, si preparano invece a gestire l'evoluzione della Dc personaggi come Romano Prodi, Rosi Bindi e Pierluigi Castagnetti, preoccupati di essere in politica nascosti ma attivi, "come il lievito nella pasta". 
In realtà quella contrapposizione sta alla base della gestione del potere politico in Italia dalla fine della Democrazia Cristiana ad oggi: la sponda movimentista ha trovato in Berlusconi il miglior appoggio possibile alla realizzazione di un'infinità di attività riunite nella Compagnia delle Opere di matrice ciellina. Secondo il machiavellico principio del "fine che giustifica i mezzi", il numeroso popolo del movimentismo cattolico ha fornito una marea di voti al satrapo di Arcore in cambio di un appoggio senza condizioni alle iniziative di promozione sociale finalizzate alla costruzione della civitas catholica. La linea della "mediazione" dell'Azione Cattolica e dell'Agesci (scout cattolici) è stata l'anima dei tentativi di riunificazione del centro sinistra nell'Ulivo prima e nel Partito Democratico poi: una grande unione fra le espressioni dei soggetti cattolico e socialista presenti sul territorio, come vagheggiato da Italo Mancini nel lontano 1976. Ma in tempi di postmoderna crisi delle ideologie quel "sogno" si è trasformato in breve nella fattuale egemonia dell'appartenenza religiosa sul confuso tentativo di ricostruzione di una proposta sociale post-comunista.
Tutto questo per dire che non è un caso vedere al termine dell'era berlusconiana nascere un "nuovo" progetto politico garantito da un Presidente della Repubblica proveniente dalle fila dell'Azione Cattolica e da un Ptesidente del Consiglio formato nell'ambito dello scoutismo.
Tutto si può dire meno che la Chiesa cattolica italiana non sia stata preveggente e abile stratega. Se ciò sia stato o continuerà a essere davvero un bene per l'Italia e per gli italiani, è tutto da dimostrare.
ab

domenica 1 febbraio 2015

Mercoledì a Montifilm: dove vanno alpinismo e arrampicata?


Si riceve e volentieri si pubblica, in relazione alla seconda serata di MontiFilm-Cinema e montagna.

Il Cerro Torre, nella Patagonia argentina, poco più di tremila metri d'altezza, è una delle montagne più note al mondo e, nell'ambiente alpinisti, una delle più ambite e prestigiose. Ritenuto per anni insanabile ha una storia alpinistica non più vecchia di 70 anni ma straordinariamente complessa e ricca di polemiche e misteri.
Proprio questa iconica vetta con la sua storia sarà la protagonista della prima parte della seconda giornata di MontiFilm-Cinema&montagna, rassegna organizzata dalla sezione di Gorizia del Club Alpino Italiano in collaborazione con l'associazione culturale MonteAnalogo di Trieste. CERRO TORRE-A SNOWBALL'S CHANCE IN HELL del regista austriaco Thomas Dirnhofer segue il giovane fenomeno dell'arrampicata David Lama in un tentativo di prima ascensione. Difficoltà meteorologiche e logistiche non frenano i clinker ma sono solamente l'anticipo dell'impegno che verrà richiesto per raggiungere la vetta nello stile che si sono imposti. Il film documenta la scalata e i rapporti d'amicizia tra i componenti della cordata, ma è anche un pretesto per raccontare la storia alpinistica di questa magnifica montagna e lo stato dell'arte dell'arrampicata su roccia, dell'alpinismo, assieme alle diverse filosofie e approcci etici che contraddistinguono queste attività.
Il secondo film della giornata, in proiezione alle ore 21,00, è JANAPAR:LOVE ON A BIKE, vincitore all'ultimo Trento Film Festival della Genziana d'oro al miglior film d'esplorazione e avventura.
Il regista, James Newton, segue il ventitreenne britannico Tom Allen dalla sua decisione di rinunciare ad una vita tranquilla e un lavoro comodo per intraprendere un tentativo di fare il giro del mondo in sella alla sua bicicletta, fino al suo ritorno a casa, tre anni dopo.
Scorrono sotto le ruote le strade di tre continenti. Tom vive avventure, esperienze, incontri. Compreso quello con una ragazza armeno-iraniana con la quale avrà un'intensa storia d'amore avversata però dai genitori di lei.
Film d'avventura, di viaggio e d'amore che non mancherà di far sognare il pubblico degli appassionati che vorrà convenire, mercoledì 4 febbraio, al Kulturni dom di via I.Brass.


Proiezioni alle ore 17.30 e 21.00 .