giovedì 31 gennaio 2013

Se a Gorizia ...


Se a Gorizia non ci fosse qualche libreria, qualche istituzione, qualche rivista, qualche gruppo politico e qualche persona che fa opposizione, cosa ci sarebbe? Cosa è in grado di proporre per Gorizia una destra, che come dice Romoli, ha la maggioranza al primo colpo?  Niente di niente. Non c'è un'idea per il Museo di S. Chiara, i soldi dell'ascensore saranno dati dalla regione che li toglierà  a settori molto più importanti e dopo non ci saranno i fondi per gestire l'impianto di risalita.
Il resto chiude o collassa. Il GECT cosa fa? Per il Provveditorato il sindaco dice che si è chiuso lo spiraglio per i finanziamenti.  Dico, c'è solo Romoli in questa città? Cosa dicono l'UDC, il FLI, la Lega, i Pensionati per fermare il declino? Siamo ad una situazione paradossale per cui uno schieramento immobile come un semaforo riesce a governare senza muovere un dito, senza avere una proposta, senza neanche riuscire a difendere quello che ha. Ma rimane. Ha ragione Romoli quando dice che questo è un paradosso e che siamo in contro tendenza. E' questo il vero allineamento dei pianeti di cui parlava: Nulla, Niente e Nessuno sono alla cuspide nel sestile dello Zero. E se chiudessimo anche noi? Potremmo riconsegnare le chiavi del Forum, così Gorizia avrebbe la pace cui aspira: quella eterna. 
adg

martedì 29 gennaio 2013

Ernesto Sirolli, una nuova idea di "impresa"

A me sembra che questo personaggio dica cose interessanti e che soprattutto le sue parole corrispondano alla forza di una straordinaria e innovativa idea imprenditoriale. Consiglio di "ritagliare" un quarto d'ora e di ascoltare (o leggere il "sottotitolato" italiano), perché ciò che afferma in relazione alla cooperazione può valere anche per una realtà come quella goriziana, dove ciò che non sono mancati i soldi, ma la capacità di ascolto e di relazione fra coloro che vivono sullo stesso territorio internazionale.
ab
http://www.ted.com/talks/ernesto_sirolli_want_to_help_someone_shut_up_and_listen.html

C'è un tizio che si spaccia per il sindaco di Gorizia...

Come disse il suo capo nazionale riferendosi a Monti, così anche "a Gorizia si aggira un tizio che si spaccia per il sindaco Romoli". Sì, perché quello che oggi attacca dalle pagine del quotidiano locale con inutile durezza il capogruppo del centro sinistra in Consiglio Comunale, non può essere quello vero. Non può essere quello che con sicurezza e baldanza al termine del primo mandato annunciava, a una città messa in ginocchio oltre che dalla crisi anche da venti anni di miopia amministrativa (quindici centro destra!), di "aver reso migliore Gorizia". Non può essere quello che con gentilezza e humor dava sempre ragione agli oppositori, senza peraltro rispondere quasi mai ai loro interrogativi. Non può essere quello che con praticità e concretezza sottolineava i (pochi) successi, sparava costantemente promesse mai realizzate (tempi di fine lavori, strutture pubbliche abbandonate, ascensori al castello, ecc.) e taceva i (tanti) ritardi. Non può essere Romoli quello che come causa del disastro accusa soltanto la crisi - la cui esistenza era stata negata dallo stesso e soprattutto dal suo capo fino alla vigilia dell'ignominiosa fine del governo "olgettiniano" - quello che non risponde neanche a una virgola delle intelligenti domande che gli vengono rivolte, quello che nel più becero stile politichese accusa Cingolani di interessi elettorali in vista delle "regionali" e confonde le argomentazioni manipolando le sue parole. No, non può essere il vero Romoli, quello che il 52 per cento dei votanti goriziani ha deciso di mantenere al suo posto per ulteriori cinque anni. In alcuni casi correndo poi ai ripari, sparpagliandosi nei vari "comitati civici" nell'intento di "salvare Gorizia". "Da cosa" si debba salvarla lo si sa, forse sarebbe stato e sarebbe ancora il caso di domandarsi "da chi"...
Andrea Bellavite

lunedì 28 gennaio 2013

Piano del traffico a Gorizia, amministrazione fuori norma


Ecco un intervento sul piano del traffico di Giuseppe Cingolani, capogruppo del Pd di Gorizia
L'amministrazione comunale non rispetta la legge, che impone di aggiornare il piano del traffico, e i commercianti sono costretti a correre ai ripari, accollandosi ciò che spetterebbe al Comune. È un altro tassello del desolante mosaico di inefficienze che sta emergendo in questo secondo mandato di Romoli, e che Gorizia sta pagando pesantemente.
In occasione del gesto simbolico di consegna al sindaco delle chiavi dei negozi, il presidente della Confcommercio cittadina ha dichiarato che coinvolgerà il livello nazionale della sua organizzazione affinché uno staff di esperti verifichi l'efficienza dell'attuale sistema della mobilità cittadina, per proporre eventuali miglioramenti.
Il sindaco ha addirittura detto di essere disponibile a riconsiderare alcune pedonalizzazioni, sottoponendole a referendum. Il punto è che i Comuni sopra i 30mila abitanti sono obbligati per legge, dall'articolo 36 del Codice stradale in vigore dal '92, a varare il piano del traffico e ad aggiornarlo ogni due anni. Romoli invece non ha mai applicato il piano del traffico vigente, che risale al 2004, e si è sempre rifiutato di aggiornarlo, ponendo la sua amministrazione fuorilegge. Così ha impostato il traffico urbano a casaccio, ad esempio chiudendo al traffico alcune vie, come previsto nel piano del 2004, ma senza costruire i parcheggi che erano considerati complementari a quelle pedonalizzazioni, danneggiando così il commercio. Non solo: Romoli ha pedonalizzato Corso Verdi alla cieca, con un provvedimento non previsto in precedenza, senza uno studio delle conseguenze e una riorganizzazione complessiva del traffico. Insomma tutta la sua politica sulla mobilità procede a tentoni, per raptus disordinati più che per progetti ad ampio respiro.
La realizzazione da parte del Comune del piano della mobilità urbana, con uno studio dei flussi di traffico, è fondamentale proprio per armonizzare diversi obiettivi: scorrevolezza, sicurezza, riduzione dell'inquinamento e dei consumi, bellezza e vivibilità della città, incontro ed aggregazione dei cittadini, facilità di accesso ai servizi e alle opportunità anche commerciali.
Dunque l'iniziativa della Confcommercio, in sé apprezzabile, è di fatto una vera e propria supplenza nei confronti di un'amministrazione negligente. Ormai non ci aspettiamo più da Romoli iniziative straordinarie, ma pretendiamo che faccia per la città almeno ciò che gli impone la legge. Un Comune che multa giustamente chi non rispetta il Codice della strada, come può permettersi tranquillamente di violarlo?
Il centrosinistra presenterà a breve una mozione consigliare per chiedere l'aggiornamento del piano del traffico e una sua rapida applicazione.

domenica 27 gennaio 2013

Giornata della Memoria, 27 gennaio 1945-2013


E' famosa e sempre molto coinvolgente, la poesia del pastore protestante Martin Niemöller, scritta poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Un invito, molto attuale, a pensare. Nella Giornata della Memoria...
Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Poi vennero per i socialdemocratici
e io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico
Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

sabato 26 gennaio 2013

Meglio "liberare le energie" che "salvare il salvabile"

E' nato un nuovo Comitato per contrastare le "perdite" che ogni giorno caratterizzano l'attuale periodo di storia goriziana: Pozzuolo, Punto Nascita e Tribunale sono soltanto alcuni tra i "punti" controversi. Tra le altre, sembra intravvedersi l'idea di portare i cittadini in piazza per richiamare gli amministratori alle loro responsabilita' e per "inchiodare" a risposte precise quelli che si preparano alle elezioni regionali di aprile.
Qualche osservazione.
- Non si puo' che guardare con favore ai movimenti della cosidetta "societa' civile": sono il segno di una partecipazione di base che deve essere presa in seria considerazione da tutti.
- Tali istanze otterranno tanti piu' risultati quanto piu' non saranno mera alternativa ai partiti e alla politica rappresentativa, a torto non riconosciuta parte della "societa' civile", ma di una "societa' in-civile" da combattere o almeno da richiamare continuamente all'ordine.
- La correlazione simpatetica - e rispettosa della diversita' dei ruoli nella ricerca del bene e nella tutela dei beni comuni - tra "movimenti civici" e rappresentanti eletti dal popolo consente da una parte la continua proposta di problematiche e temi importanti che rischiano di essere al margine del dibattito nei luoghi decsionali; dall'altra consente la formazione di nuove generazioni di "amministratori", che iniziano il proprio percorso proprio condividendo le istanze di una base (che peraltro - da non dimenticare, in particolare a Gorizia - resta la prima responsabile della scelta elettorale dei propri rappresentanti).
- La contrapposizione tra "movimenti civici" e politica "dei partiti" provoca al contrario fenomeni poco comprensibili: una disaffezione progressiva all'impegno diretto al quale si preferisce costantemente la piu' comoda "pressione dall'esterno"; una strana presenza di sostenitori delle amministrazioni (consiglieri comunali o addirittura assessori) che da una parte fanno parte della classe decisionale, dall'altra manifestano in piazza contro la stessa; una presunta neutralita', facile preda di squali delle vecchie tradizioni di potere a caccia di "pacchetti" di voti sicuri da assicurare attraverso adeguate e incontrollabili promesse.
- Infine, e' indispensabile avviare anche delle lotte "per costruire" qualcosa di nuovo - e il Forum, tra gli altri, da anni lo sta proponendo, come pure l'ex candidato sindaco Cingolani, con il bello slogan del centro sinistra goriziano "Liberiamo le energie di Gorizia" - e non solo "per salvare". Il "si salvi chi puo" e' l'invito finale dopo un naufragio. Prima e' necessario fare di tutto per rendere il viaggio piu' bello, attraente e meno pericoloso possibile. Altrimenti, chi potrebbe avere interesse ad acquistare un biglietto solo per condividere la sorte di una nave che affonda?

giovedì 24 gennaio 2013

Un buon esempio di lingua politichese...

Davvero dal buon Ziberna ci si aspettava qualcosa di più, anche se si devono rimarcare i toni ben più pacati e lo stile più sorridente rispetto al recente passato. L'intervista pubblicata oggi sul Piccolo è piena di "faremo compatibilmente con, ci stiamo muovendo con impegno, abbiamo predisposto che nel prossimo futuro, molte cose sono già avviate, ecc." Insomma, alle precise e interessanti domande l'assessore alla Cultura del Comune di Gorizia risponde traducendo l'interrogativo in indicativo, in un caso perfino riprendendo letteralmente un'osservazione contenuta in un post di questo blog: "Il ruolo dell'assessorato perciò non sarà solo quello di un collettore di iniziative e organizzatore di grandi eventi bensì si caratterizzerà anche come sostenitore - per quanto possibile - di tutte le realtà di base e/o propositivo di una particolare visione del vivere la città" (sul blog, 16.01.2013 la domanda: il ruolo dell'assessorato sarà solo quello di un collettore di iniziative e organizzatore di grandi eventi oppure  si caratterizzerà anche come sostenitore - per quanto possibile - di tutte le realtà di base e/o propositivo di una particolare "visione" del "vivere la città"?  Subito dopo altri interrogativi irrisolti: Se è così, quale visione? Cosa pensa l'assessore delle proposte di valorizzazione ambientale e archeologica offerte dal Gag, crede anche lui - come il suo predecessore - che gli ascensori al castello saranno "il volano per rilanciare il turismo a Gorizia"? Come pensa potrà essere valorizzato - concretamente - il Castello? E la piazza Transalpina, con l'antica ferrovia dalla grande storia, gli eventi del maggio 2004, l'oblio dell'ultimo quinquennio?). Insomma, lingua politichese allo stato brado, senza alcuna risposta precisa né sul "progetto culturale", né su specifiche iniziative innovative del Comune di Gorizia... A quanto pare Sveva Macrini aveva proprio ragione! E mentre Ziberna annuncia che si sta valutando la possibilità di realizzare il Museo multimediale della prima guerra mondiale e di valorizzare il Sabotino (come e con quali soldi non è dato conoscere), altri enti fuori dal Fvg hanno già predisposto un piano organico (a livello culturale, sociale, turistico imprenditoriale, ambientale e via dicendo) e già finanziato su ciascuno degli anni tra il 2014 e il 2018.
Andrea Bellavite

mercoledì 23 gennaio 2013

Zone 30 Km/h. Un suggerimento.

(immagine dal sito FIAB)


In molte città europee ed italiane si stanno diffondendo le “Zone 30”, ovvero strade cittadine di zone residenziali dove il limite di velocità viene abbassato a 30 km/h.
Il motivo di tale riduzione viene fatto per prevenire incidenti gravi che da un punto di vista statistico avvengono al 90% in area urbana e, di questa percentuale, il 60% nelle intersezioni.  Ad esempio, se un mezzo motorizzato incrocia un pedone o un ciclista a 30 km/h (in condizioni normali) il tempo di reazione e tempo di frenata permette di evitare l'investimento, mentre a 50 km/h,  la distanza di arresto è tale da non permettere di evitare l’investimento. Inoltre ad una velocità minore si riduce l’inquinamento ambientale. (Dati sito FIAB).
Nelle “Zone 30”, le strade a senso unico con una larghezza di almeno 4,25 metri, potrebbero permettere il traffico ciclistico contromano. Basta che sia posta un’efficace  segnaletica per avvisare i conducenti che potrebbero trovarsi ciclisti in direzione opposta. (Parere del Ministero Infrastrutture e dei Trasporti del 21/12/2011). 
Con le “Zone 30”, si potrebbe anche ripensare il piano delle ciclabili (ma c’è?), ovvero strutturare il piano dando priorità alle ciclabili nei punti critici della viabilità cittadina e a quelle di lunghezza significativa - quelle di attraversamento della città (ad esempio dalla stazione centrale FFSS alla Transalpina; dalla zona dell’aeroporto/cimitero, passando per S. Andrea, alla stazione centrale; dalla stazione centrale a Lucinico; dal valico del Rafut al ponte di Pevma/Piuma; lungo la via terza Armata)
Nel perimetro delle “Zone 30”, ovvero zone residenziali, scolastiche, quindi non sarebbero strettamente necessarie le ciclabili, se non quelle di attraversamento come scritto sopra, ma solo la solita adeguata segnaletica posta in modo che sia ben percepita dal conducente. (Da non dimenticare che si dovrebbe garantire anche il rispetto dei 50 km/h in città).
Per incoraggiare la mobilità sostenibile in Belgio, come già in vigore  in Germania e nei Paesi Bassi, sono state approvate le strade ciclabili. Si è in pratica ribaltato il concetto di fare una ciclabile inserita in una strada. Qui si permette  all’autoveicolo di percorrere la strada, con velocità massima di 30 Km/h, dando la precedenza alle bici, in pratica di non sorpassare la bicicletta.
Nevio Costanzo

Tempi duri per chi sposta panchine

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Sottilmente kafkiana la vicenda di Franco Zotti, consigliere comunale e provinciale, autista di autobus dipendente dell'APT. All'inizio dell'estate segnala in Consiglio Provinciale la mancanza di una panchina in una fermata d'autobus frequentata soprattutto da anziani e "minaccia" di pensarci lui. Passati due mesi e non essendo sopravvenuta alcuna novità, il nostro pensa bene - anche come segnale politico - di prendere una panchina abbandonata davanti a una fermata da lungo tempo dismessa e di portarla nel luogo incriminato. Grande entusiasmo degli utenti, sorrisi di chi può attendere l'autobus seduto, ma... Zotti non si poteva permettere di compiere questo gesto in quanto dipendente dell'Azienda. Risultato: condanna alla sospensione dal lavoro per 15 giorni, poi ridotti a una settimana e infine a due. Con il rischio di ulteriori successivi strascichi giudiziari. Si tratta di ieri e di oggi, con l'interessato deciso a far conoscere la sua situazione "albergando" di giorno e di notte incatenato davanti alla Provincia. Una stretta di mano di solidarietà e il sostegno alla rivendicazione di almeno un briciolo di buon senso...
Andrea Bellavite

Al posto della Pozzuolo i "Corpi civili di pace?" Prime reazioni positive

Se la presenza militare a Gorizia deve essere ridotta, anche in riscontro ai nuovi assetti di difesa in logica europea, credo sia giusta l'ipotesi avanzata da Andrea Bellavite andando a rideterminare l'utilizzo delle strutture militare dismesse..... possibilmente prima di un loro immancabile degrado, individuare soluzioni alternative. Gorizia, data la sua storia, ha una singolare vocazione alla creazione di percorsi di pace.... non solo sul Carso, in memoria del centenaria della Grande Guerra.... Ottima l'idea di realizzare un avanzatissimo centro di formazione di "corpi civili di pace", disponendo il "sistema" Gorizia già del "knowhow" necessario: ricordo che l'ISIG, il nostro prestigioso Istituto di Sociologia Internazionale, per molti anni ha organizzato degli avanzati master internazionali, in rete con diverse Università europee, di "operatori di pace". Magari in rete stretta con UniTs, presente a Gorizia con Scienze Internazionali e Diplomatiche. Di sicuro, nei contesti internazionali attuali, in cui, secondo molti osservatori qualificati, si dovrà registrare un triste aumento delle situazioni conflittuali, laddove l'ONU non riesce più ad esprimere politiche autorevoli (si veda la Siria e il Mali, tra i casi più recenti), l'UE ridotta ad un grigio agglomerato di banche non è in grado di esprimere politiche, soprattutto internazionali, gli USA, in perenne conflitto fra unilateralismo e sostegno aggressivo alla propria economia, poter disporre di professionisti altamente specializzati nella gestione degli inevitabili conflitti con percorsi diversi dall'utilizzo delle armi, diverrebbe una risorsa significativa per garantire il permanere di quegli equilibri internazionali che sono la precondizione di una pace se non perenne, come sognava Kant, almeno duratura. Ovviamente, alla struttura formativa, di dimensioni internazionali, dovrebbe esserci un "centro di documentazione della pace", non solo passivo deposito del sapere pacifista e pacificatore mondiale, ma attivo e dinamico centro propulsore di idee, ricerche, progetti, percorsi formativi, processi di educazione sociale a sostegno e supporto delle politiche di pacificazione mondiale. Gorizia potrebbe diventare da luogo militarizzato a centro di irraggiamento di una avanzata cultura di pace, a livello internazionale!
Pauli Friùl

Consiglieri del Centro sinistra goriziano: Romoli corresponsabile del tracollo di Gorizia


Si riceve da Giuseppe Cingolani e si pubblica volentieri la seguente sintesi della conferenza stampa tenuta ieri dai consiglieri comunali del Centro Sinistra goriziano.
Sanità demolita, tribunale in asfissia, Brigata Pozzuolo trasferita, serrande dei negozi abbassate: di fronte al crollo di Gorizia il sindaco brancola nel buio e non si vedono risposte efficaci. È urgente tirare la testa fuori dalla sabbia, uscire dalla strategia fallimentare fin qui seguita, per dare vita ad una reazione straordinaria, che mobiliti le risorse migliori della città.
Lo smantellamento della nostra sanità è paradigmatico: per anni Romoli non se ne è occupato, ha assecondato scelte nefaste come il trasferimento dell'ospedale al San Giovanni di Dio, ha nicchiato di fronte alla chiusura dei reparti. Quando Tondo ha dichiarato di voler sopprimere l'Azienda isontina per accorparla a Trieste, in un primo momento si è detto contrario, poi ha minimizzato il problema, dopo aver visto che non solo Tondo non gli ha dato minimamente retta, ma addirittura Valenti ha realizzato un indegno voltafaccia, approvando in Regione l'accorpamento dopo aver votato contro a Gorizia. Il sindaco allora si è concentrato esclusivamente sul punto nascita, ma in modo miope e poco lungimirante: ora che il reparto è con l'acqua alla gola sostiene la collaborazione con l'ospedale sloveno di San Pietro, dopo averla ostacolata risolutamente tre anni fa.
Infine Romoli ci prende in giro, esaltando come un successo la promessa di Tondo di rinviare di un anno ogni decisione sul reparto, quando è chiaro che si vuole semplicemente chiuderlo dopo le elezioni, dato che il direttore generale Bertoli ha già dichiarato che in queste condizioni il punto nascita non può restare aperto e la Regione ha negato i fondi per metterlo in sicurezza.
Riteniamo dunque Romoli corresponsabile del tracollo complessivo di Gorizia e dello smantellamento della nostra sanità, il cui effetto sarà la diminuzione dell'accessibilità ai servizi per i cittadini isontini.
Di fronte all'emergenza-Gorizia, l'amministrazione tende ad ingessare tutto per insabbiare i problemi: il Consiglio comunale e le commissioni sono convocate il meno possibile, solo per le scadenze inderogabili, non si dà spazio alle interrogazioni e a quelle scritte il sindaco non risponde, i cittadini non sono mai coinvolti. Un solo esempio: la commissione del commercio in 8 mesi si è riunita solo per eleggere il coordinatore!
È necessario rivitalizzare le commissioni, convocando le categorie, le associazioni, chi conosce i vari problemi della vita cittadina, confrontando e discutendo per settori i programmi che erano stati presentati alle elezioni dai tre candidati sindaco presenti in Consiglio. Da parte nostra nei prossimi mesi tradurremo il nostro programma in mozioni, in modo da offrire al dibattito e al voto del Consiglio le proposte per un rilancio.

martedì 22 gennaio 2013

Al posto dei militari i "corpi civili di pace"?

Forse la domanda può apparire antipatica, ma - alla luce degli ultimi eventi - che ci sta a fare la Brigata Pozzuolo a Gorizia? Se si è ben capito il Ministero della Difesa, nell'ambito della generale "spending review", ritiene che non sia più necessaria tale presenza a Gorizia. Alla decisione di Di Paola insorgono i sindaci affermando - restando a quello che si legge sui giornali - "scendiamo in piazza contro l'impoverimento del territorio", "i responsabili dell'Esercito non tengono conto del futuro", addirittura "non si rispetta la memoria dei caduti nella prima guerra mondiale" e così via. A questo punto, esclusa dai militari la necessità di tale presenza per ragioni di difesa, la Pozzuolo dovrebbe restare a Gorizia "soltanto" per non impoverire ulteriormente la città di potenzialità umane e risorse economiche. Insomma, un carcere tra i più fatiscenti d'Italia deve continuare a "ospitare" detenuti in condizioni pazzesche perché "se no ci tolgono il tribunale" (parole di Romoli); il Punto Nascita deve operare in condizioni riconosciute "non idonee" da persone competenti e dalle normative perché "se no ci tolgono la sanità"; la Brigata deve rimanere - "inutilmente", affermano i vertici militari - a Gorizia perché "se no ci tolgono l'esercito"... E regolarmente - insegna il recente passato - la difesa delle istituzioni "se no le perdiamo" porta a un progressivo e inarrestabile degrado al quale si oppongono volta per volta brevi periodi di rassegnato mugugno. Certo, se non si passa dal "se no gli altri ce lo portano via" al "che cosa realizziamo di nuovo che possa essere utile a tutti" sarà molto difficile fermare la pallina che sta velocemente precipitando su un sempre più ripido piano inclinato. Occorre anche ricordare che il ruolo strategico militare di Gorizia non è cambiato all'improvviso, l'ovvia "spoliazione" è iniziata ben prima della "caduta" dei muri ed è diventata inevitabile grazie al realizzarsi dei nuovi favorevoli scenari geopolitici europei. Possibile che in questi ultimi decenni coloro che oggi "attaccano" l'Esercito in fuga da Gorizia non abbiano pensato a una prospettiva di sviluppo più adeguata rispetto al "si salvi chi può"? Perché non pensare, piuttosto che a difendere l'indifendibile, a come sostituire degnamente la presenza militare, ad esempio proponendo l'istituzione in città dei corsi di formazione dei "corpi civili di pace", ritenuti dal grande Alex Langer "sola risposta possibile ai mali del nostro tempo: nazionalismo, xenofobia, individualismo, corsa agli armamenti"?
Andrea Bellavite

lunedì 21 gennaio 2013

Perché la Slovenia è in piazza?

Ecco un'interessante riflessione su ciò che sta accadendo in Slovenia: l'articolo è stato originariamente pubblicato sull'ottimo sito Osservatorio Balcani e Caucaso con la firma di Franco Juri
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Perche-la-Slovenia-e-in-piazza-129042

Dove è finita la sua proverbiale tranquillità mitteleuropea? Da settimane la Slovenia scende in piazza e il prossimo 23 gennaio è in programma lo sciopero del settore pubblico. 
Fino a qualche anno fa la Slovenia veniva raccontata come una storia esemplare, una storia di successo, esibita come il fiore all'occhiello di un'Europa che guarda , da madre amorevole, ai Balcani. L'incantesimo ora si dilegua ; la crisi politica scaturita da quella economica e dalle scelte "merkeliane" fatte sia dall'attuale governo di centrodestra, guidato da Janez Janša che, in termini più soffusi, dal precedente governo di centrosinistra di Borut Pahor, assume dei connotati per molti versi inquietanti, ma che in fondo riflette perfettamente, in uno spazio piccolo e in uno scenario politicamente incestuoso, gli obiettivi della »rivoluzione« conservatrice e neoliberista in corso nell'Unione Europea.
In termini di parametri economici e sociali la Slovenia non è la Grecia. Negli ultimi vent'anni non è stata nemmeno parte di quella "nuova Europa" ex-sovietica che per fare i conti con il passato comunista aveva optato per modelli economici brutalmente capitalisti e senza alcuna pietà per lo stato sociale e la tutela dei diritti sindacali, indicati come uno scoglio pericoloso per lo sviluppo e la prosperità. La Slovenia aveva mantenuto invece la guardia alta, introducendo le regole di mercato gradualmente, senza applicare modelli eccessivamente liberisti e mantenendo un'invidiabile livello di welfare, da molti giudicato "scandinavo".

Chi è 

francojuri
Franco Juri è nato a Capodistria (Koper) in Slovenia/Jugoslavia nel 1956 da padre italiano e madre croata. Giornalista e vignettista satirico, diplomatico, ex parlamentare sloveno, collabora con testate slovene e italiane. Negli Anni ‘80 e ‘90 si è occupato di diritti umani ed è stato deputato nel primo Parlamento democraticamente eletto di Lubiana. Dopo l'indipendenza della Slovenia, nei governi di Janez Drnovšek, ha rivestito importanti incarichi nella diplomazia del suo Paese: ambasciatore in Spagna e a Cuba e segretario di Stato agli Affari esteri.
La privatizzazione è stata realizzata in termini selettivi che hanno escluso le grandi società statali, le infrastrutture, la scuola e la sanità. Ma se ciò ha reso possibile il mantenimento di una struttura pubblica che tiene in piedi lo stato sociale ed una certa equità per i cittadini, l'applicazione di quello che viene definito "l'interesse nazionale" anche nella privatizzazione, e che in termini poveri significa il mantenimento del capitale privato in mani slovene, ha generato anche fenomeni di clientelismo politico-finanziario e corruzione diffusa.
Molte aziende pubbliche sono così passate nelle mani di manager nazionali senza scrupoli, ex direttori di imprese pubbliche legati a questa o quella opzione politica, ma anche politici ed ex ministri, che con i crediti agevolati e spesso senza alcuna garanzia offerti dalle banche statali, in base alle amicizie e influenze politiche, nonché grazie ai vantaggi di essere degli insider, hanno acquistato il grosso delle azioni, dando via a deleterie speculazioni che hanno spesso portato al lastrico o a una svendita strumentale a nuovi proprietari stranieri imprese un tempo sane e affermate anche sul mercato internazionale.
Agli occhi dell'opinione pubblica la politica, e con essa la stessa democrazia parlamentare, viene così percepita sempre di più come un'infrastruttura al servizio della corruzione e del clientelismo. Da ciò la valanga antipolitica degli ultimi mesi che sta portando in piazza migliaia di sloveni arrabbiati.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso e avvicina la Slovenia agli scenari greci è la radicale politica di austerità imposta da un anno a questa parte dal governo di Janez Janša. Quasi volesse mettere in pratica la dottrina dello shock, descritta nell'omonimo libro di Naomi Klein, Janša, un ex comunista, diventato alla fine degli anni ottanta un "eroe" dell'indipendenza e un irriducibile nazionalista conservatore, oggi emule dichiarato dell'autoritario collega e amico ungherese Victor Orban, ha esordito il suo secondo mandato da premier (il primo si era consumato tra il 2004 e il 2008 con la sua sconfitta elettorale) senza mezzi termini, presentando alla nazione uno scenario apocalittico. La sua determinazione ha avuto sin dall'inizio un neo indelebile; fu proprio Janša e il suo apparato parapolitico a bloccare, dai banchi dell'opposizione al governo Pahor e dai pulpiti della "società civile", ogni seppur timida riforma strutturale, come ad esempio quella pensionistica e persino la lotta al lavoro nero.
Il fine era la destabilizzazione del governo e le elezioni anticipate che non ha vinto ma che grazie a un nuovo protagonista politico, la lista civica di Gregor Virant, di forte ispirazione neoliberista, è riuscito, da secondo partito, a cavalcare abilmente fino ad essere eletto premier di una coalizione di centrodestra con l'avallo deciso dei vertici della chiesa cattolica. L'ago della bilancia, oltre all'ambiguo Virant che si era presentato alle elezioni anticipate del 2011 come l'alternativa liberale e "pulita" a Janša, è stato nuovamente il partito camaleonte dei pensionati (Desus), presente in ogni coalizione.
Oggi Janša propone riforme durissime accompagnandole a evidenti restrizioni degli spazi democratici, a un rafforzamento dell'apparato repressivo e colpendo soprattutto il settore pubblico e le infrastrutture sociali. Il suo »chicago boy«, il ministro del tesoro Janez Šušteršič (quota Lista civica di Virant) è determinato a portare in porto un piano di liberalizzazione e privatizzazione del settore pubblico che ricorda da vicino il modello economico applicato in America latina degli anni '80 e '90. Una rapida ritirata dello stato dall'economia che passa per una centralizzazione transitoria del patrimonio pubblico, finora frammentato nella gestione di tre agenzie parastatali, ovvero per una holding in grado di concentrare tutti i beni statali nelle mani del governo e snellire le pratiche di privatizzazione. L'idea liberista di Šušteršič conta del deciso appoggio delle istituzioni finanziarie europee e internazionali anche se queste non risparmiano al governo Janša più di qualche critica per i metodi pasticciati con cui le riforme vengono imposte, causando una conflittualità sociale e un inasprimento politico mai vissuti prima d'ora in Slovenia. Anche per questo Janša è già da considerarsi un politico bruciato.
In verità la Slovenia rimane lontana dalla Grecia, visto che può ancora esibire dei parametri macroeconomici non tanto dissimili da quelli medi europei e di paesi considerati stabili. Ad esempio il suo debito pubblico ammonta al 44,4% del PIL, mentre quello medio della zona euro – secondo Eurostat- è dell' 87,4% , in Italia del 119,4%. Anche l'inflazione e la disoccupazione rimangono assestati sulle medie della zona euro, mentre il disavanzo tende ad aumentare e tocca attualmente il 6,4% del PIL. Secondo il governo sono indispensabili drastici tagli alla spesa pubblica, i suoi critici invece avvertono che la radicale politica di austerità avviata nell'ultimo anno, con tagli ai salari, alle pensioni, con i licenziamenti e l'aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, il tutto accompagnato da una ferrea politica fiscale, sta maciullando la classe media, mettendo in ginocchio i servizi pubblici e distruggendo il mercato interno. L' effetto è deleterio e di taglio argentino nel periodo Menem. Lo sviluppo è paralizzato, il paese demoralizzato, le entrate sono ulteriormente ridotte e il deficit aumenta, la fuga di cervelli diventa una prassi quotidiana. Chi può se ne va. Il tutto diventa, agli occhi e allo stomaco del semplice cittadino, ancor più indigesto nel vedere aumentare i casi di corruzione, clientelismo, nepotismo, privilegi e impunità della casta politica.
In queste circostanze anche la proverbialmente tranquillità mitteleuropea, la diligenza, la laboriosità e l'ubbidienza slovena non sono bastate ad evitare la piazza. La rabbia, scoppiata per prima a Maribor, a causa di un sindaco corrotto e arrogante e di un clero - lo stesso che appoggia Janez Janša – con le mani in pasta nel crack finanziario più dirompente nella storia della chiesa e che ha fatto sobbalzare persino il Vaticano, quello delle società Zvon 1 e Zvon 2 di proprietà dell'Arcidiocesi di Maribor, si è rapidamente diffusa a tutto il paese, non sempre in termini politicamente articolati e con una forte vena anti-politica.
L'ultimo scandalo emerso con il rapporto della Commissione per la lotta alla corruzione che ha documentato anni di mancata denuncia dei redditi da parte dei due principali politici sloveni, il premier Janša e il leader dell'opposizione, nonché sindaco di Lubiana e imprenditore Zoran Janković, ha gettato nuovo olio sul fuoco. Tanto più che i due politici di punta, invece di dimettersi, continuano a fare i furbetti, cercando di schivare le accuse e attizzando lo scontro ideologico.
Janez Janša ha cercato di difendersi chiamando in causa l'appoggio di un imbarazzatissimo presidente del Consiglio Europeo. Herman Van Rompuy non ha né confermato, né smentito il presunto appoggio al premier sloveno.
La bagarre politica è generalizzata, la coalizione di governo è in crisi profonda, le accuse reciproche si moltiplicano, ma nessuno vuole seriamente delle elezioni anticipate. Nemmeno l'ambasciatore statunitense che è entrato direttamente nella mischia sconsigliandole e cercando di mediare tra i partiti della destra.
Intanto si avvicina il 23 gennaio con lo sciopero del settore pubblico annunciato dai sindacati e una nuova probabile ondata di manifestazioni popolari che nemmeno il controllo di Facebook da parte della polizia, le minacce del governo e le multe imposte ai suoi organizzatori (tra questi persino l' università di Lubiana e al suo rettore Stane Pejovnik) potranno arginare.

Dibattito sulla lotta di classe: un esperimento riuscito

 Gabriele Donato e Tommaso Montanari
Una parte del pubblico presente venerdì alla "Ubik"

Tommaso Montanari e Gabriele Donato, storici competenti e brillanti conferenzieri, hanno introdotto lo scorso venerdì alla Ubik un'ampia e molto partecipata discussione intorno al libro di Luciano Gallino La lotta di classe dopo la lotta di classe.
Con destrezza e capacità di sintesi i due si sono inoltrati tra i numerosi scogli proposti da un testo dedicato al mondo dei lavoratori e ai facili slogan della "crisi" in atto: da una parte è evidente il rovesciamento della posizioni "tradizionali", cosicché  la "lotta di classe" è agita dalle élite dominanti contro una base della quale si cerca di cancellare la coscienza di "essere classe"; dall'altra il senso di impotenza che permea la cultura attuale sembra suscitare una visione piuttosto inquietante su ciò che ci attende nel prossimo futuro, fin troppo immediati sono i riferimenti alla situazione dell'Europa prima della catastrofe della Seconda guerra mondiale. Le classi esistono eccome, ma non sono in grado di costruire o individuare significative rappresentanze nell'ambito della democrazia rappresentativa e ciò non consente ad esse di influire attivamente sui processi evolutivi della società.
Evitato ogni riferimento all'invasione mediatica del triste teatrino che riempie le onde radiotelevisive, il dibattito si è incentrato sull'analisi delle "ragioni" delle difficoltà attuali e sull'urgenza politica di individuare soluzioni alternative a quelle che stanno mettendo in ginocchio la maggior parte degli Stati, compreso quelli finora apparentemente stabili come la vicina Slovenia.
Tre osservazioni "tecniche":
a) ottima la collaborazione fra Forum per Gorizia e Libreria Ubik di Corso Verdi: condivisione di spazi, di desiderio di dibattito, di concertazione culturale.
b) continua con risultati molto positivi il nuovo percorso del Forum per Gorizia: alla ricerca di un nuovo fondamento culturale dell'agire politico e della costruzione di una nuova aggregazione di base in grado di interloquire con le forze "che ci stanno": anche con l'obiettivo di assumere consapevolmente importanti responsabilità amministrative.
c) interessante e riuscito l'esperimento di "incontrare un libro" piuttosto che "incontrare l'autore". Grazie ai due introduttori il dibattito è stato sciolto da ogni imbarazzo o soggezione e ha consentito a tutti di uscire con le idee più chiare, anche se con qualche elemento di inquietudine in più.

venerdì 18 gennaio 2013

Un pensiero a Mario Lo Cascio

Mario Lo Cascio ci ha lasciato.
Una delle più vivaci intelligenze dell'Arcidiocesi goriziana, ha esercitato il ministero di prete in diverse forme: tra le altre, formatore e indimenticabile insegnante di teologia e filosofia presso la Facoltà Teologica di Udine, parroco a Corona e a Joannis, insegnante di filosofia e preside presso alcuni istituti scolastici della città. Con la creatività e la forza culturale che hanno caratterizzato il suo agire, ha saputo anche scegliere il momento in cui ritirarsi dalle scene, preferendo la condivisione della semplice vita di un piccolo paese della Bassa Friulana al sicuro prestigio di un impegno accademico in ambito ecclesiastico.
Con lui era impossibile essere superficiali, anche perché le sue parole e i suoi atteggiamenti rivelavano sempre la forza interiore e la sofferenza dell'uomo interiormente libero dalle imposizioni della struttura all'interno della quale ha svolto lealmente il suo servizio. La capacità di sintesi rendeva possibile percorrere in lungo e in largo i meandri della filosofia occidentale, senza trascurare affascinanti incursioni nelle suggestioni dell'Oriente o della misteriosa storia delle religioni africane.
Forse non sempre ha trovato comprensione in chi lo ascoltava, forse qualche volta era davvero troppo "avanti" con il pensiero per poter camminare con il suo stesso passo. Fatto sta che l'Arcidiocesi e la Cultura (con la C maiuscola) del territorio goriziano hanno perso con lui una miniera di informazioni, di riflessioni, di ricerche compiute e di sentieri interrotti. Hanno perso? Forse no, la straordinaria bontà e delicatezza, nascoste dietro e dentro un carattere a volte apparentemente un po' chiuso, resteranno un punto di riferimento imprescindibile per chi lo ha conosciuto; e la sua infaticabile ricerca intellettuale rimarrà patrimonio consapevolmente o meno assimilato dai suoi studenti e da chi si avvicinerà ai suoi scritti.
A ciò occorre aggiungere - naturalmente -  un amore sconfinato alla figura di Gesù, alle parole del suo vangelo e una fede radicata nel crogiolo esistenziale di un dubbio sistematico solo ora - almeno per lui - superato.
Un uomo, un  pensatore, un pellegrino della verità, un credente...
Andrea Bellavite

Gorizia svanisce? Una malattia provocata

Si discute molto sul futuro di Gorizia in questi ultimi giorni. Gli ultimi "pezzi" che sembrano in procinto di staccarsi sono il Punto Nascita e la Pozzuolo. Come in ogni altra precedente occasione, si chiamano a raccolta i cittadini dell'intera provincia per contrastare l'apparentemente inarrestabile corrente distruttiva.
L'amministrazione comunale fa finta di alzare la voce, ma in pratica da una parte il sindaco Romoli non va oltre alle solite vaghe minacce di "non arrendersi" (sic!) di fronte alla "fuga" dei militari, dall'altra l'assessore Obizzi alimenta ulteriore confusione proponendo un esposto contro i pediatri "anti-goriziani" e suscitando la piena solidarietà dei colleghi udinesi nei confronti di questi ultimi.
La vera domanda non è "come fermare la marginalizzazione di Gorizia?" ma "cosa fare perché Gorizia non sia più ai margini?" E' una questione essenzialmente politica che il Forum per Gorizia, dopo e insieme alla rivista Isonzo Soca, ha proposto mille volte ai cittadini, anche attraverso l'impegno nelle elezioni amministrative nel 2007 e nel 2011/12.
L'unica possibilità per rilanciare Gorizia era ed è ragionare in termini di territorio Goriziano: ovvero unire in un'ampia aggregazione centro europea i Comuni transfrontalieri della provincia di Gorizia, di Nova Gorica e delle valli dell'Isonzo e del Vipacco. Non è un'idea nuova, oltre vent'anni fa molti, anzi moltissimi goriziani avevano sottoscritto la proposta di una sanità transfrontaliera, prevedendo la ristrutturazione dell'ospedale di Via Vittorio Veneto in sintonia con la costruzione di stabili legami operativi con quello di Sempeter, duecento metri più in là. Poteva essere l'inizio di una nuova fase della storia, invece si sa come andò: i maggiorenti regionali - tra i quali l'attuale sindaco Romoli - preferirono il San Giovanni di Dio e da lì di fatto iniziò la discesa sul piano inclinato della marginalità.
In realtà chi ha amministrato la città negli ultimi 21 anni (5 centro sinistra, 16 centro destra) non sembra aver mai creduto all'importanza di costruire insieme una "zona" di qua e di là del confine, per favorire scambi commerciali, imprenditoria e soprattutto riscoperta dei comuni fondamenti storico-culturali; fino a pochi mesi fa proposte del genere erano tacciate di "simpatie slavocomuniste" da autorevoli esponenti della prima Giunta Romoli. Il Gect - struttura in sé straordinariamente importante - dopo anni di chiacchiere è ancora al palo di partenza, reso impotente dalla mancanza di chiarezza sugli obiettivi e soprattutto dalla mancanza di fondi investiti per trasformare i sogni in realtà (leggi per esempio nomina e pagamento dello stipendio di qualche funzionario esperto e competente in materia).
Per questo non ci si può che associare al comune lamento, ma nello stesso tempo non si può che notare che la situazione di Gorizia non è l'esito di un'imprevedibile malattia bensì di una serie di precise scelte politiche operate in passato e nel presente da coloro che gli elettori hanno scelto come propri rappresentanti nell'amministrazione della città.
Si è ancora in tempo per cambiare rotta? Forse sì, certamente il tutto potrebbe essere agevolato da un gesto di responsabilità: le dimissioni di Giunta e Consiglio Comunale, la preparazione di nuove elezioni sulla base di un programma "di solidarietà cittadina" che abbia al suo centro non la romoliana "amministrazione di condominio", ma la costruzione di un polo internazionale di imprenditoria e di cultura.
Andrea Bellavite

giovedì 17 gennaio 2013

Rivoluzione? Forse al massimo un'"Evoluzione civile"!

L'idea originaria di Cambiare si può era quella di rinnovare i contenuti e i metodi della politica italiana. E' vero che i "70" non erano tutti new entry nel panorama nazionale, è vero che fin dall'inizio si era posto il problema del rapporto con i partiti "tradizionali" della Sinistra. Ma è anche vero che il "movimento" ha suscitato ovunque interesse ed entusiasmo, perfino tra i giovani, ordinariamente abbastanza lontani dalla cosiddetta "politica rappresentativa".
L'idea era quella di aggregare attorno a un programma incentrato su dieci punti fondanti - riguardanti essenzialmente  il bene comune e i beni comuni di tutti i cittadini, a partire da un'analisi non in linea con quella proposta da chi pretende di uscire dalla crisi attraverso gli stessi mezzi che l'hanno prodotta - coloro che non si ritrovavano né nella volgarità di una destra ancora incredibilmente dipendente dal risuscitato satrapo di Arcore, né nelle imposizioni "internazionali" del Governo Monti, né nel complesso equilibrio riformista di Bersani, né nello spesso sconclusionato antipartitismo di Beppe Grillo, né in un pericoloso astensionismo di massa. 
Cosa è successo poi? 
Di fatto nel mese di dicembre il nuovo metodo "assembleare" di decidere le linee e di scegliere i candidati è naufragato nella "fretta e furia" provocate dal notevole anticipo delle date elettorali. Di fronte alle indicazioni del prescelto candidato Ingroia e dei partiti che hanno deciso di sostenerlo, Cambiare si può ha indetto una sorta di referendum online, vinto da coloro che ritenevano necessario continuare a collaborare, nonostante il cambiamento sostanziale della linea. Gran parte dei "70" se ne sono andati, ma il movimento non è stato sciolto, ha continuato il suo cammino con gli assertori del "sì", quasi tutti iscritti o vicini al partito della Rifondazione Comunista. Ciò nonostante, ai rappresentanti superstiti di Cambiare si può, non è stato neppure consentito di sedersi al tavolo delle trattative, dove sono stati distribuiti dai partiti con liberalità i "posti al sole" equamente divisi tra iscritti e non iscritti (meglio questa dizione di quella - ormai insopportabile - di "società civile").
Risultato: un nome altisonante - Rivoluzione Civile - ben poco corrispondente a una nuova aggregazione che di fatto non propone (secondo alcuni per fortuna, ma allora si cambi il nome!) proprio nessuna rivoluzione e si trova invischiata negli stessi compromessi e strategie di sempre; un simbolo con stampato in caratteri cubitali il nome del candidato Presidente; un'aggregazione non di movimenti ma di partiti che non hanno quasi nulla in comune - dall'Idv all'ex sinistra Arcobaleno.
Buoni i nomi dei candidati n.2 (cioè dopo lo stesso Ingroia) in Friuli Venezia Giulia: Alessandro Ruotolo per la Camera, l'ottimo Marino Andolina per il Senato. Basteranno per convincere l'elettorato a sostenere l'avventura?
Andrea Bellavite

mercoledì 16 gennaio 2013

Gabriella Miletta, un anno dopo



Ad un anno dalla scomparsa di Gabriella Miletta, insegnante di diritto all'Istituto Tecnico “Galilei” di Gorizia, la famiglia, gli insegnanti, il personale non docente, gli studenti hanno deciso di ricordarla. Docente impegnata a tempo pieno nell'attività didattiche, Gabriella ha vissuto la sua professione con partecipazione, professionalità ed una grande empatia nei confronti degli alunni che  rimpiangono la sua scomparsa: a loro la prof. di diritto non faceva mai mancare una battuta, un incoraggiamento, un sostegno ed essi la salutavano con affetto quando la incontravano fuori di scuola, alcuni di loro già impiegati nelle fabbriche o negli uffici della zona. Venerdì 18 gennaio a partire dalle 11.15, presso l'Aula Magna dell'Istituto, Gabriella sarà ricordata assegnando delle borse di studio a tre alunni che hanno sensibilmente migliorato il loro rendimento scolastico e saranno premiate le fotografie migliori del concorso “Un clic per Gabriella” organizzato dagli studenti. Miglioramento delle capacità di apprendere e grande amore per la macchina fotografica erano due aspetti rilevanti di una persona che è sempre presente nel ricordo dei molti che le hanno voluto bene e l'hanno apprezzata.

La nuova lotta di classe in un incontro alla Ubik

Ritornano gli incontri del Forum Cultura, in particolare VENERDI' 18 alle ore 18 si parlerà di "lotta di classe dopo la lotta di classe", in collaborazione e presso la Libreria Ubik di Corso Verdi. L'iniziativa è sperimentale: si prende spunto da un libro che viene presentato senza la presenza dell'autore: la finalità è quella di accogliere la "provocazione"di chi scrive per avviare un approfondito dibattito sulle sue tesi. E pochi argomenti possono essere considerati politicamente e socialmente fondamentali quanto quello relativo alla situazione del mondo del lavoro. Nel caso il testo di riferimento è "La lotta di classe dopo la lotta di classe" e l'autore è Luciano Gallino. Interverranno Tommaso Montanari e Gabriele Donato, giovani storici del Goriziano: introdurranno attraverso una breve analisi e l'offerta di spunti di riflessione. Veramente, da non perdere e da diffondere!

Quali le politiche culturali del Comune di Gorizia?

Importante la riflessione sul "Piccolo" di oggi, la risposta dell'assessore alla Cultura Ziberna all'ampio intervento del giorno prima proposto da Sveva Macrini e dal Gruppo Archeologico Goriziano.
Al di là delle schermaglie fra i protagonisti, l'impressione è che Ziberna - lodevole ideatore degli "Stati generali della Cultura" - avrebbe potuto sfruttare meglio l'occasione per dire qualcosa di più sulle intenzioni e sulle politiche culturali dell'attuale amministrazione. Più che sottili punzecchiature sarebbero state interessanti risposte un po' più approfondite, a quelle e ad altre domande, quali ad esempio:
a) oltre alla conoscenza - e all'auto celebrazione, su questo è difficile dare torto alla Macrini - delle tante realtà che operano sul territorio, che cosa concretamente hanno prodotto gli "stati generali"? E' già stato predisposto (o è in via di predisposizione) un documento di sintesi in grado di "rilanciare" sensazioni, opinioni e proposte? Quali saranno i passi successivi?
b) giustamente è finita l'epoca dei contributi a pioggia: se è così, quali saranno le priorità dell'assessorato Comunale? Saranno premiati e sostenuti la "qualità", o l"economicità", o la "neutralità" o al contrario la "connotazione ideologica" delle iniziative proposte? Si proseguirà sul percorso dei "mega eventi" oppure si sapranno anche valorizzare iniziative a "basso costo" e alto impatto culturale (tipo Cormonslibri, per portare un esempio virtuoso, poco più di 3000 euro pubblici per un evento che ha permesso di incontrare i più importanti personaggi della cultura italiana del momento)?
c) il rapporto con Nova Gorica e Comuni delle Valli del Vipacco e dell'Isonzo avrà finalmente un "salto di qualità", magari anche grazie all'ottima iniziativa coordinata da Isonzo Soča sul "Novecento"? E'giunto il momento di pensare a dei veri "stati generali" che coinvolgano in un lavoro lungo qualche anno tutti gli attori culturali di qua e di là del vecchio confine? Se sì, quali iniziative pensa di promuovere o di sostenere il Comune per incrementare la reciproca conoscenza della lingua, dei percorsi artistici, della storia?
d) il ruolo dell'assessorato sarà solo quello di un collettore di iniziative e organizzatore di grandi eventi oppure  si caratterizzerà anche come sostenitore - per quanto possibile - di tutte le realtà di base e/o propositivo di una particolare "visione" del "vivere la città"? Se è così, quale visione? Cosa pensa l'assessore delle proposte di valorizzazione ambientale e archeologica offerte dal Gag, crede anche lui - come il suo predecessore - che gli ascensori al castello saranno "il volano per rilanciare il turismo a Gorizia"? Come pensa potrà essere valorizzato - concretamente - il Castello? E la piazza Transalpina, con l'antica ferrovia dalla grande storia, gli eventi del maggio 2004, l'oblio dell'ultimo quinquennio?
e) come sarà impostata la "memoria" dei cento anni dall'inizio della Prima guerra mondiale? Le celebrazioni degli eventi saranno condivise con i "vicini" austriaci e sloveni? Supponendo che non si tratti soltanto di una rievocazione folcloristica, quali progetti perché sia un'occasione di promozione della cultura della giustizia, della convivenza armonica e della pace fra i popoli? E' prevista una rivisitazione e attualizzazione dei nomi delle vie cittadine, per una buona metà dedicate a tale tragico evento?
Andrea Bellavite

Grazie a Stasi, una proposta per il futuro del Goriziano

Oggi la pagina del Piccolo dedicata agli interventi dei lettori è molto interessante, tutta dedicata alla cultura. Nell'intervento "di spalla" Dario Stasi raccoglie un "punto di vista" di Diego Kuzmin intorno alla "monumentale" nuova porta d'Italia costruita sopra la rotonda autostradale di Sant'Andrea.
I temi sono due, il primo riguarda proprio il manufatto, il secondo - più articolato - la necessità di far conoscere maggiormente a chi transita l'ubicazione dei luoghi chiave del territorio.
Per quanto riguarda l'opera d'arte (o supposta tale), come scriveva una volta la settimana enigmistica, "forse non tutti sanno che" le strutture in ferro rosse (gli archi) e bianche (il sostegno alla strada) troveranno il loro pieno significato quando sarà cresciuta l'erba sottostante: l'effetto sarà quello di riprodurre - con l'aiuto della tecnica e della natura - la bandiera italiana. In tempo di post-modernità non piace ciò che è bello, bensì è bello ciò che piace: per questo è legittimo che ciascuno abbia una propria opinione sul "bello" o sul "brutto", importante però è sapere che l'obiettivo del "monumento" è quello di avvisare il viaggiatore proveniente dall'est di essere arrivato in Italia. Questo per dire che il "giudizio" su un'opera di questo genere può essere dato sull'estetica o sul valore formativo o informativo, non sullo "sperpero di denaro": guai se riuscisse il tentativo di far passare nell'opinione pubblica l'idea che l'arte sia un lusso che non ci si può più permettere, si tratterebbe di un passo importante verso il ritorno all'età della pietra. Ah sì, a scanso di equivoci, all'autore di questo post la "porta" non piace proprio, troppo enfatica e invasiva per i suoi gusti...
Il secondo tema non è nuovo, ma fa veramente bene il direttore di Isonzo Soča a riproporlo con forza. In che modo far conoscere all'Europa e al mondo il ruolo fondamentale che ha svolto e che potrebbe continuare a svolgere il Goriziano nell'ambito degli sviluppi della storia del Novecento (e - perché no? - di un "Duemila" iniziato clamorosamente con la festa alla Transalpina il 30 aprile/1 maggio 2004 e con la caduta definitiva delle sbarre di confine con la Slovenia, il 21 dicembre 2007)? Già alcuni anni fa il presidente dell'allora ancora esistente Consiglio di Quartiere Sant'Andrea propose e intraprese alcune iniziative artistiche (Skultura, mosaico con Cirillo e Metodio, ecc.) finalizzate alla valorizzazione dell'area: le idee erano buone, ma il progetto rimase troppo ai margini. In questo momento è urgente immaginare una trasformazione (condivisa tra componenti slovene e italiane) dei "servizi" autoportuali in funzione anche, se non soprattutto turistica (area di sosta ben attrezzata e accogliente, offerta di servizi e indicazione di percorsi, segnaletica adeguata, pubblicizzazione sui media nazionali e internazionali, ecc.): altrimenti Gorizia e Nova Gorica assisteranno tristemente allo sfrecciare di milioni di persone, da est a ovest e viceversa, del tutto ignare nel loro attraversare una delle zone urbanisticamente e storicamente più interessanti, paesaggisticamente più belle, enogastronomicamente più attraenti dell'intera Europa.
Andrea Bellavite

lunedì 14 gennaio 2013

Piano antineve a Gorizia: “Speriamo che piova”




Sono stati clamorosi ed evidenti l'inefficienza ed i ritardi dell'amministrazione comunale di Gorizia negli interventi per evitare problemi alla viabilità dovuti ad una nevicata tutto sommato modesta.
La mattina di lunedì, lungo l'ingresso a Gorizia del ponte IX Agosto, i veicoli erano costretti a viaggiare a passo d'uomo, restando in coda anche di più di un'ora. Dopo le 9 il centro era ancora pieno di neve, diventata in buona parte una poltiglia scivolosa a causa della pioggia. Ancora a fine mattinata in numerose vie della città, ad esempio davanti a molte scuole, non era stato effettuato alcun intervento. Se non fosse piovuto nel corso della notte e in mattinata, le cose sarebbero andate ancora peggio. Ma il piano antineve di una città come Gorizia non può essere: “speriamo che piova”!
Prima della mezzanotte di domenica la città era già imbiancata, e quindi l'intervento di pulizia delle strade avrebbe dovuto essere realizzato prima delle 7 di mattina, in modo da evitare problemi al traffico veicolare di chi si reca a scuola e al lavoro. Oltretutto la nevicata era stata ampiamente prevista, tanto che a Nova Gorica hanno sparso il sale sulle strade già di domenica pomeriggio, e il lunedì mattina erano state ripulite anche le piste ciclabili. 
È già grave che l'amministrazione goriziana non abbia alcuna idea per il rilancio della città, ma che si dimostri incapace di gestire anche una semplice nevicata è inaccettabile. Che poi il nostro sindaco si faccia fotografare mentre spala la neve, sulle orme del disastroso Alemanno, la dice lunga su ciò che finora ha caratterizzato l'amministrazione Romoli: cercare di gestire il consenso con operazioni d'immagine, piuttosto che affrontare e risolvere i problemi. 
Giuseppe Cingolani

Mini nevicata: la pioggia evita il blocco generale



Qualche immagine del Centro Cittadino di Gorizia, alle 8.30 dopo una mini-nevicata notturna. La pioggia trasforma il tutto in poltiglia scivolosa, i marciapiedi sembrano ricoperti di grasso. Poca poesia, molta prudenza, nel guidare e nel camminare. E se questo è il Centro...
Domande:
a) esiste un'altra città a nord del 40° parallelo dove non si tiene conto delle previsioni e non si fa nulla per impedire a una manciata di fiocchi di diventare un pericolo per le gambe dei cittadini?
b) il Comune non potrebbe accantonare un fondo speciale per pagare (voucher?) centinaia di concittadini alla ricerca disperata di un'occupazione, pronti a intervenire immediatamente in caso di necessità?
c) in questa seconda amministrazione Romoli, una volta messo al sicuro il "risultato", c'è qualcuno a cui interessa qualcosa della vita ordinaria dei cittadini?
ab

sabato 12 gennaio 2013

Insostenibile la situazione del punto nascita.


La Regione nega il finanziamento.
Insostenibile la situazione del punto nascita,
punta dell'iceberg della demolizione della sanità isontina
Tondo e Romoli tra i principali artefici


La chiusura del punto nascita di Gorizia è sempre più vicina, anche se il centrodestra vorrebbe confondere le acque fino alle elezioni regionali, ed è la conseguenza del progetto di demolizione della nostra sanità in atto ormai da anni, di cui Tondo e Romoli sono tra i principali artefici. I due pidiellini avevano fortemente voluto il trasferimento al San Giovanni di Dio, tappa essenziale per svuotare l'ospedale di Gorizia.

Il sindaco Romoli si è mosso esclusivamente per il mantenimento del punto nascita, con esiti ovviamente fallimentari: ha fatto come chi si preoccupa di tenere le scarpe asciutte mentre la nave affonda, dimostrando la totale mancanza di una visione complessiva.
Da anni non si investe sulla qualità e sul numero del personale nel reparto materno-infantile, che oggi è allo sbando. Il direttore generale Bertoli ha chiesto 950mila euro per mettere il punto nascita in sicurezza e assumere il personale mancante: 6 pediatri, 4 ginecologi, 10 ostetriche e 6 infermieri. Ma è di questi giorni la notizia che la Regione ha negato il finanziamento, e Bertoli ha già dichiarato che il reparto non può restare aperto in queste condizioni.

Si rivela così l'inconsistenza delle promesse di Tondo sul mantenimento del punto nascita goriziano ancora per un anno: un trucco che avrebbe semplicemente permesso di chiudere il reparto dopo le elezioni.

Di fronte a tutto ciò è ancora più clamoroso quanto si è appreso nei giorni scorsi: nella logica dell'Area Vasta, l'Azienda isontina dovrà cedere 500mila euro a quella triestina, che si trova in forti difficoltà economiche, anche per gli sprechi dovuti ai doppioni presenti nei suoi ospedali. Se già l'Area Vasta ci danneggia, è chiaro cosa accadrebbe con l'accorpamento della nostra Azienda sanitaria a quella triestina, voluto da Tondo: servirebbe a Trieste per risucchiare risorse, annettere ulteriori reparti e mantenere i suoi sprechi. Romoli invece ha avuto la sfacciataggine di affermare che sarebbe solo una questione burocratica, senza conseguenze sui nostri servizi ospedalieri.

La confusione del sindaco in materia di sanità è emersa anche nel progetto di un punto nascita transfrontaliero, su cui ha idee notevolmente divergenti dal direttore generale Bertoli, secondo il quale le mamme goriziane potranno andare a partorire solo nell'ospedale sloveno, visto che il nostro punto nascita è al capolinea.

Di fronte ad una situazione così compromessa cresce l'amarezza per quanto avvenuto tre anni fa, quando il Pd aveva proposto di avviare la collaborazione transfrontaliera tra l'ospedale di Gorizia e quello sloveno di San Pietro su una serie di servizi, tra cui il punto nascita: il sindaco Romoli dichiarò pubblicamente la sua ferma opposizione al progetto. Ora i cittadini pagano le conseguenze di tanta incompetenza, disinteresse e mancanza di lungimiranza.

Giuseppe Cingolani

venerdì 11 gennaio 2013

A proposito de rivoluziòn

Con alcuni amici (quelli del Forum ma anche altri) mi ritrovo spesso a discutere, anche molto animatamente, sui temi della sinistra: situazioni, partiti, strategie, personaggi. Premetto che per scelta personale da quasi quarant’anni non lo faccio più da dentro un partito ma come “cane sciolto”, così si diceva ai tempi che furono, e successivamente tentando di costruirmi (faticosamente) un’identità di giornalista (io, che volevo fare il  “rivoluzionario di professione”). Ciò detto, ho sempre messo “la politica al primo posto”, anche se ultimamente - forse un po’ per l’età che avanza, ma molto più probabilmente a causa della caduta della politica a livelli mai visti prima - non ho più neanche quella certezza.
Gli amici con cui discuto e mi confronto vengono tutti, chi più chi meno, dalle mie stesse esperienze politiche e il nodo sullo sfondo è e rimane sempre quello: l’essere stato o l’essere ancora comunista. Disemose la verità. Non ho letto nulla della recente discussione sulla sopravvivenza del Manifesto “quotidiano comunista” ma penso che l’argomento in fondo sia proprio e sempre questo. Io la mia scelta l’ho fatta vent’anni fa quando sono caduti l’ URSS e gli altri “paesi socialisti”. L’Unione sovietica è stata una grande speranza per l’umanità di veder sorgere una società nuova e più giusta, lungo un percorso contradditorio, a volte spaventoso, una speranza che è crollata miseramente. Anche la Jugoslavia della strada accanto lo è stata (a modo suo). E’ storia del Novecento, storia vissuta da noi tutti. La mia scelta è stata una dolorosa presa d’atto del fallimento di un’idea.
Nel confronto globale,  anche “stellare”, col mondo socialista ha vinto il capitalismo, che ha subito mostrato di voler spadroneggiare con mezzi impropri, fino a provocare la grave crisi economica che stiamo vivendo.
In questo contesto il nostro paese ha, come sappiamo, un percorso particolare. Da quando l’Italia è una repubblica ha avuto anche una presenza comunista particolare, con il partito di massa più grande dell’occidente. Un partito comunista “rivoluzionario” (talvolta suo malgrado), con una grande organizzazione, ramificato e presente nella società italiana anche attraverso sindacati, cooperative, associazioni, mondo della cultura. Questo partito ha saputo governare magnificamente se stesso, ha saputo influenzare e condizionare tutte le altre forze politiche italiane ma, a causa della situazione internazionale e del suo stretto rapporto con l’URSS, non ha mai potuto governare l’Italia. Questo è il nostro retroterra politico e anche culturale. So bene che molti fra gli amici a cui mi rivolgo  hanno vissuto anche l’esperienza politica del Sessantotto: questa circostanza aggiunge intensità e ricchezza alle esperienze politiche di ciascuno di noi ma non cambia di molto la sostanza delle cose.
Le quali cose, stanti così, dovrebbero indicare che attualmente la sinistra italiana nella sua maggioranza “conserva” una cultura della rivoluzione, più che una cultura di governo. Ed è per questo che da anni continua a boccheggiare. Intendo per cultura della rivoluzione quella di una sinistra che non valuta con  sufficiente attenzione i cambiamenti intervenuti nei rapporti sociali e politici, per rincorrere invece il canto delle sirene di una rivoluzione di cui non si conoscono gli attori, e che appare sempre più complicata e lontana; e per cultura di governo la volontà e la capacità di costruire sulle basi esistenti (cioè da subito) una società giusta, libera, equa e solidale. Ma vorrei dire soprattutto che siamo più abituati a sognare (la rivoluzione) che a fare (sanità, scuola, strade e marciapiedi).
Bon, qui mi fermo perché mi sono accorto con terrore di esser ritornato inavvertitamente al dibattito di cento anni fa tra Lenin e i socialdemocratici tedeschi, (“Il rinnegato Kautski”), nel quale sto facendo appunto la parte del rinnegato.
Ma come è possibile fare e rifare decenni dopo decenni gli stessi discorsi? E’ colpa mia? O è una colpa della sinistra? E pensare che volevo soltanto cercare di capire perché alcuni amici continuano a parlare di rivoluzione (democratica, critica) apertamente o in modo più o meno dissimulato, mentre io non ci credo più. Forse è semplicemente una questione psicologica, un bisogno di far propria sempre e comunque una certa identità (ma anche questa spiegazione verrebbe stroncata dallo “scheletro nell’armadio” come prodotto di una scienza borghese, la psicologia). Mi arrendo, per ora. Ma invio comunque queste righe sofferte alla vostra meditazione.
Dario Stasi